Incontro a Cristo

Il racconto di Gesù che cammina sulle acque è una delle narrazioni più ricche dei Vangeli: si trova nel vangelo di Marco, in Giovanni e in Matteo. La versione di Matteo (Matteo 14, 22-33) è unica perché soltanto lui racconta che anche Pietro cammina sulle acque. Questo particolare è straordinario, e in un certo senso rappresenta il cuore stesso del messaggio teologico di Matteo. La sequela. Il cammino di discepolato.

Innanzitutto, occorre tener presente che il racconto non riguarda un miracolo, ma ciò che significa diventare discepoli di Cristo.

I discepoli si trovano su una barca, nel cuore della notte. Fin dai primi secoli del cristianesimo, la barca è stata interpretata come immagine della persona umana. Tutti noi viviamo dentro una “barca”: la nostra vita, le nostre relazioni, la nostra fede. Una barca che naviga nel mare, soggetta alla natura. Nella simbologia biblica il mare è spesso associato al caos, alle forze che si oppongono a Dio e a tutto ciò che minaccia l’esistenza umana. La tempesta rappresenta quindi quei momenti in cui la vita diventa instabile, abbiamo paura, siamo in angoscia, e perdiamo l’orientamento.

Gesù viene, camminando sul mare. È un particolare straordinario, nell’Antico Testamento soltanto Dio cammina sulle acque. Il libro di Giobbe afferma infatti:

Egli solo dispiega i cieli e cammina sulle onde del mare (Giobbe 9,8).

Matteo sta dunque facendo un’affermazione di enorme profondità: Gesù compie ciò che appartiene soltanto al Creatore. Quando i discepoli lo vedono, sono presi dal terrore. Gesù allora dice immediatamente:

Il testo greco è ancora più intenso.

Gesù dice:

ἐγώ εἰμι (egō eimi)

cioè, letteralmente:

Io Sono

Questa espressione richiama direttamente il Nome divino rivelato a Mosè nel roveto ardente. Prima ancora di calmare la paura, Gesù rivela la propria identità.

Ed ecco entrare in scena Pietro. Solo Matteo racconta che Pietro dice:

Qui Pietro non sta chiedendo un miracolo, non sta sfidando Gesù. Pietro desidera seguire Gesù, stare in comunione con lui, aspira all’unione, alla partecipazione, vuole andare dove si trova Gesù. Questo è già il discepolato.

Gesù gli risponde con una sola parola:

Nient’altro. La vita cristiana inizia così: con una chiamata, un invito. E Matteo racconta che Pietro allora comincia a cammina sulle acque. Questo è un particolare straordinario, perché spesso spesso ricordiamo soltanto che Pietro è affondato.

Ma Matteo racconta anzitutto che Pietro fece ciò che sembrava impossibile. Perché? Perché, per un istante, il centro della sua vita non era più se stesso. Pietro era tutto orientato verso Cristo. Fiducia totale.

La fede è il continuo spostamento del centro della propria esistenza da sé stessi a Cristo.

Poi Matteo scrive:

Qui molto importante notare che Pietro non comincia ad affondare perché arriva il vento all’improvviso, o il vento diventa più forte. Il vento c’era già, affonda perché comincia a guardare il vento invece di guardare Cristo. Il suo centro si sposta. Questa è un’intuizione straordinaria sulla vita spirituale: fuori di Pietro non cambia nulla, cambia soltanto la direzione del suo sguardo, del cuore cuore, la sua centratura.

Allora Pietro grida:

Gesù immediatamente tende la mano. Matteo usa un avverbio molto significativo:

cioè: “subito”

Anche qui il greco rivela una sfumatura preziosa sulle parole di Gesù, in italiano tradotte a mio avviso erroneamente come “Uomo di poca fede”. Il verbo greco usato è:

Significa letteralmente essere divisi, oscillare tra due direzioni, avere il cuore diviso. Il problema di Pietro non è l’assenza di fede, è una divisione interiore. La vita spirituale si svolge molto spesso dentro questa tensione.

Quando poi salgono sulla barca,

È importante notare l’ordine degli eventi: la tempesta termina dopo che Pietro è stato salvato. Cristo non elimina sempre immediatamente la tempesta, anzitutto dona la sua presenza, poi la tempesta perde il suo potere.

Infine i discepoli si prostrano davanti a lui dicendo: “Davvero tu sei il Figlio di Dio”. È la prima volta, nel Vangelo di Matteo, che i discepoli, come gruppo, fanno questa professione di fede: la tempesta è diventata una rivelazione.

C’è un’immagine di questo racconto che trovo particolarmente bella. Pietro cammina soltanto finché continua a muoversi verso Gesù. Pietro non cammina semplicemente sulle acque. Cammina verso Cristo. Il miracolo, come frutto di una relazione. Rimanete in me e io in voi.

Forse è proprio per questo che Pietro affonda quando distoglie lo sguardo, non perché improvvisamente l’acqua torni ad essere acqua, ma perché la fede non è sostenuta da esperienze straordinarie. È sostenuta dalla comunione, dalla relazione, dalla partecipazione.

I Padri del Deserto dicevano spesso che la salvezza non consiste semplicemente nel credere qualcosa su Cristo, ma nel tenere fisso lo sguardo del cuore su Cristo. L’intero episodio può allora essere letto come un’icona del cammino cristiano: il mare è l’incertezza della vita, la barca è la fede, la tempesta è tutto ciò che ci scuote e ci disorienta, Pietro rappresenta ognuno di noi, ogni credente. E Cristo sta, non al di là della tempesta, ma dentro di essa, pronunciando una sola parola:

Lo scopo della vita cristiana non è diventare persone che non incontrano più tempeste, ma diventare persone il cui sguardo ha imparato a rimanere fisso su Cristo anche quando il vento continua a soffiare.

Nel Vangelo di Matteo, camminare sulle acque significa scoprire che, quando tutta la nostra esistenza è orientata verso Cristo, le forze più profonde del caos perdono potere su di noi.

Incontro a Cristo.

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