Nel Vangelo di Giovanni, Gesù Risorto chiede tre volte a Pietro “Mi ami?” (Giovanni 21,15-17), Pietro lo aveva rinnegato tre volte durante la Passione.
Pietro aveva detto con sicurezza: “Darò la mia vita per te” (Gv 13,37). Poco dopo, però, davanti alle domande di coloro che avevano catturato Gesù, per tre volte aveva risposto di non essere suo discepolo. In Giovanni 21 Gesù non gli fa un processo e non gli dice: “Perché mi hai rinnegato?”. Gli pone invece una domanda sul rapporto presente: “Mi ami?”.
Le tre domande attraversano quindi, una per una, le tre ferite del rinnegamento. È come se Gesù permettesse a Pietro di rispondere nuovamente, di ripartire proprio là dove aveva fallito.
C’è inoltre un dettaglio molto importante. Dopo ogni risposta di Pietro, Gesù gli affida qualcosa: “Pasci i miei agnelli”. “Pasci le mie pecore”. “Pasci le mie pecore”.
Quindi Gesù non si limita a perdonare Pietro: gli restituisce la missione. Pietro, proprio dopo aver sperimentato la propria fragilità, viene incaricato di prendersi cura degli altri. Gesù affida a Pietro le sue pecore, i suoi agnelli.
Prima della Passione Pietro era molto sicuro di sé: “Anche se tutti ti abbandoneranno, io no”. Dopo il rinnegamento non può più fondare la propria fedeltà sulla propria forza. Quando Gesù gli domanda per la terza volta se lo ama, Giovanni dice:
Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: “Mi vuoi bene?”(Gv 21,17).
Quell’addolorarsi è importante. La domanda raggiunge il punto della sua ferita. Pietro ricorda inevitabilmente le tre negazioni. Ma questa volta non proclama più eroicamente ciò che lui sarà capace di fare. Dice:
Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene.
È una risposta molto più umile. Non dice più, in sostanza, “io so quanto sono fedele”. Dice: “Tu sai.”
Ed è probabilmente questo il Pietro che Gesù cercava: non il Pietro sicuro della propria forza, ma il Pietro che ha scoperto la propria debolezza e tuttavia continua ad amare.
C’è poi il famoso problema dei due verbi greci usati nel dialogo: ἀγαπάω (agapáō) e φιλέω (philéō). Gesù nelle prime due domande usa agapáō, mentre Pietro risponde con philéō; alla terza domanda anche Gesù usa philéō. Alcuni interpreti vedono qui una sorta di “discesa” di Gesù verso la capacità concreta di Pietro: come se Gesù inizialmente chiedesse un amore totale e Pietro, ormai consapevole della propria fragilità, non osasse prometterlo; alla fine Gesù lo incontrerebbe proprio nel livello d’amore che Pietro può sinceramente offrire.
Bisogna però essere prudenti: nel Vangelo di Giovanni agapáō e philéō vengono spesso usati quasi come sinonimi. Quindi non costruirei tutta l’interpretazione sulla differenza dei due verbi. Il dato davvero inequivocabile è la triplice domanda collegata alla triplice negazione.
E subito dopo viene forse la parte più profonda:
Quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani… (Gv 21,18)
Pietro aveva promesso a Gesù: “Darò la mia vita per te”, ma non ne era ancora capace. Adesso Gesù gli dice, in sostanza: un giorno lo farai davvero. Giovanni specifica infatti che Gesù parlava della morte con cui Pietro avrebbe glorificato Dio.
E quindi il dialogo termina esattamente con le parole che Pietro aveva ricevuto all’inizio della sua vocazione:
“Seguimi” — ἀκολούθει μοι (akolouthei moi).
È quasi una seconda chiamata.
Per questo Giovanni 21 è straordinario: Pietro non torna semplicemente alla condizione precedente al rinnegamento. Il suo fallimento viene trasformato. Prima pensava di seguire Cristo attraverso la propria forza; ora potrà seguirlo sapendo di essere fragile.
E forse il cuore della scena è proprio questo: Gesù non domanda a Pietro se è stato bravo, se è degno, se non fallirà mai più. Gli domanda soltanto: “Mi ami?”
Da quell’amore, imperfetto ma reale, può ricominciare tutto.