I Santi

Vorrei dedicare una mia riflessione personale ai Santi e soffermarmi sul concetto di santità, alla luce dell’insegnamento di Antonella. I Santi, “l’humus in cui il Regno prende corpo. Il Regno è la comunione dei santi” (Antonella Lumini, Dalla comunità alla comunione, p. 92), coloro che hanno acconsentito alla spinta dell’Amore, vita di relazione che riflette l’ordine divino. Cielo e terra insieme, vivere già sulla terra la realtà del cielo. Poiché nell’essere umano Dio ha depositato il seme della vita spirituale, che nella santità del tutto raffiora. Coloro che rinascono allo Spirito, nella pienezza d’Amore, radicamento nella fonte della Vita stessa. Il Verbo è eternamente generato nel cuore dell’essere umano, ma deve essere accolto per essere incarnato. Memoria di appartenenza a Dio, generati da Dio, che deve essere risvegliata.

La santità, vera trasparenza, adesione totale. I Santi, che hanno lasciato che l’Amore si facesse visibile nei gesti, nella parola, nella presenza. Ma la santità non è senza ferite. Al contrario: si manifesta spesso proprio nelle crepe, nella debolezza, nella notte interiore. Testimoni che l’Amore può abitare anche le forme più povere e incompiute. E che proprio lì, dove l’ego cede, lo Spirito trova casa.

L’esempio dei Santi ci insegna la santità come accoglienza della propria umanità. È lì, quando ci si lascia guardare dallo sguardo dell’Amore, quando si smette di nascondersi, di opporre resistenza. Quando si accoglie la ferita.

La santità non è perfezione, ma trasparenza fragile. Le ferite accolte, che non diventano nascondiglio ma fessure attraverso cui si lascia passare la Luce. È dire: “eccomi”, anche con le mani vuote. Totale fiducia, apertura. È non fuggire da sé stessi, non mascherare le ombre, ma offrirle come terra perché l’Amore possa piantarvi il suo seme.

Solo chi ha smesso di nascondersi può diventare dimora viva dell’Amore. Perché Dio non cerca fortezze, ma crepe. Non cerca maschere lucenti, ma volti veri.

I Santi, vibrazioni sottili, rinfrangenze luminose, potenze da accogliere. Incarnazioni dell’Amore. Ognuno ha il suo modo unico di acconsentire. Ognuno deve realizzare il proprio nome, quello che gli è stato affidato. L’Amore non si ripete: si declina in ogni vita con tonalità irripetibili. E ogni Santo, in questo senso, è una manifestazione della vita eterna, della comunione, una modulazione dell’Amore che prende forma attraverso la singolarità. Parte del corpo mistico, il frammento che contiene il tutto. L’Amore spinge in ogni cuore, e attende solo un sì, anche timido, anche stanco. È in quel sì che si accende il mistero.

Farsi grembo dell’invisibile, accogliere la luce. I Santi, creature che non hanno opposto resistenza alla corrente luminosa della Grazia, e che hanno lasciato che Dio fosse Dio in loro. Si sono fatti attraversare, diventando canali. Incarnando il Regno dei Cieli, il Regno dell’Amore.

I Santi, che hanno acconsentito, facendosi vuoto per dare spazio all’Amore, hanno lasciato che l’Amore lavorasse in loro, come terra che si lascia fecondare dalla pioggia.

E “acconsentire”, nel pensiero di Antonella, significa mio avviso “incarnare”.
È lasciare che l’Amore prenda voce, volto, occhi, mani,
che scenda fino alle ossa, che si faccia corpo nella carne del tempo.

Sono Santi quelli che hanno detto “sì” nel silenzio,
nella notte, nella povertà.
Quelli che Dio abita in quanto si fanno dimora.

Come Maria, che ha detto avvenga,
e ha fatto spazio al Verbo.
Come Francesco, che si è spogliato
per essere ricolmato.
Come Teresa, che ha amato nel piccolo,
nella polvere, nella fiducia.

Come Rita, Santa Rita,
che ha acconsentito senza clamore,
nel dolore silenzioso della sua vita spezzata,
nella fedeltà senza riconoscimenti,
nella fede che non ha bisogno di spiegazioni.
Lo slancio dell’anima nuda. Il volto dell’amore che non si arrende.
Che non cerca risposte rapide, capace di abitare lunghe attese,
le ferite che non si rimarginano subito,
le preghiere che restano sospese.
Fedeltà all’invisibile, forza nascosta che tiene in piedi
quando tutto crolla.
Ha lasciato che l’Amore trasformasse il peso in luce.
Chi si affida, pur tremando.

I Santi, luoghi dove Dio abita e si fa presenza. Dimora dell’eterno.

E poi i Santi della porta accanto, quelli che non sono mai saliti agli altari e che sono rimasti sconosciuti, coloro che rimangono nell’anonimato eppure testimoni silenziosi che lasciano un’impronta indelebile. Non sono mai saliti agli altari, non compaiono nei calendari liturgici. Eppure, i santi della porta accanto hanno vissuto l’amore con radicalità e fedeltà nel silenzio della vita quotidiana. Persone comuni (del passato, del presente e del futuro) che, senza clamore, lasciano, hanno lasciato o lasceranno una traccia indelebile nella storia della salvezza. La loro vita, nascosta agli occhi del mondo, è stata manifestazione concreta dell’amore di Dio. Sono coloro che hanno saputo donarsi, perdonare, resistere nella prova, custodire la fede anche nel buio. Testimoni silenziosi, eppure potentissimi, della grazia operante nel segreto.

Anche loro sono membra vive del Corpo mistico di Cristo. La loro santità non è stata proclamata, ma si è irradiata nella trama nascosta dell’esistenza. Essi ci ricordano che la santità non è privilegio di pochi, ma vocazione universale. Che l’amore quotidiano, semplice e fedele, ha un valore eterno. E che spesso, è proprio nei luoghi più ordinari che si compiono i miracoli più grandi.

Carne visitata dalla luce.
Silenzi che custodiscono. Soglie aperte sull’invisibile,
frammenti di cielo che camminano sulla terra.
In loro Dio vive, respira, ama, soffre, consola.

Ogni Santo è una storia attraversata dalla Grazia.

Basta un sì.
Un piccolo sì.
Un sì che non sa,
che trema,
che tace.
Che non grida e non pretende, ma che apre e si affida. Che si lascia trasportare.

Basta un sì.
Piccolo come un seme,
fragile come un respiro,
silenzioso come un attimo che passa e che spalanca l’eterno.

Ogni volta che diciamo sì,
anche senza comprendere,
anche con le mani vuote,
partecipiamo al mistero dell’incarnazione.

Un sì che si offre e si affida. Che non chiede garanzie. Che non attende condizioni ideali. Che non sa dove condurrà, ma che accetta di lasciarsi portare.

“Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito” (Giovanni 3,8)

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Ogni istante

Nel pensiero elaborato da Antonella, “acconsentire” significa lasciarsi attraversare, aprire il varco, non opporre resistenza al movimento che lo Spirito compie in noi. Antonella parla spesso dell’Amore come energia creatrice, principio divino che plasma la realtà dal di dentro. È l’Amore che ha generato l’universo, che ha fatto sì che Dio si faccia carne, che continuamente cerca un varco nell’interiorità dell’essere umano. È lo Spirito che, come ricorda Gesù nel dialogo con Nicodemo, “soffia dove vuole, e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va” (Gv 3,8). L’Amore non si impone: attende il nostro consenso.

Antonella spesso parla del cuore umano come di un grembo: può restare chiuso oppure aprirsi, diventare spazio fertile. “Acconsentire” è quindi un sì interiore. Un lasciarsi portare, fidarsi, affidarsi. Sulle ali della grazia, come dice Antonella.

Maria è la figura emblematica di questo acconsentire. Il suo “avvenga di me secondo la tua parola” (Lc 1,38) è l’archetipo di ogni apertura all’Amore. Antonella vede in Maria non solo la madre del Cristo, ma il modello della creatura riconciliata, di colei che non trattiene, non argina, ma si lascia attraversare dalla corrente dello Spirito. Nel suo sì, il divino ha potuto incarnarsi. Ogni nostro piccolo sì partecipa a questa stessa logica: l’Amore cerca corpi da abitare, mani da muovere, occhi da illuminare. Strumento da cui agire.

I Santi sono coloro che hanno acconsetito alla spinta dell’Amore, e hanno lasciato che l’Amore lavorasse in loro. Si tratta allora, dal mio punto di vista, di entrare nello stesso sì, di lasciarsi toccare dalla stessa spinta, di essere plasmati dallo stesso Amore. Il cammino spirituale è una resa fiduciosa.

L’amore come fuoco che plasma. Acconsentire all’Amore implica liberarsi dal dominio dell’ego. L’io separato, chiuso, autoreferenziale è il primo grande ostacolo. Secondo Antonella, l’ego costruisce mura interiori, sistemi di difesa, strutture che irrigidiscono il flusso della vita. L’Amore, invece, disarma. Fa crollare le maschere. Invita alla nudità dell’essere.

Non è facile accettare questa spinta, perché ci spoglia. Ma è proprio nel punto di rottura, di resa, che qualcosa può accadere. Come scrive san Paolo: “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 12,10). La potenza dell’Amore si manifesta proprio dove l’io cede.

L’Amore non viene dall’esterno. È già dentro. È il Regno dei Cieli, che è il Regno dell’Amore, che è già dentro di noi. Antonella si riferisce spesso alla “scintilla originaria” presente in ogni essere umano, un nucleo luminoso che non può essere corrotto. L’Amore non va importato: va risvegliato. La spinta che avvertiamo nel profondo è la nostra parte più vera che chiede di emergere.

Acconsentire, allora, è riconoscere ciò che già siamo: creature generate dall’Amore, chiamate a ritornare all’Amore, passando attraverso il crogiolo del tempo e della libertà. Uno dei frutti più profondi di questo consenso è la trasformazione del tempo. Nel pensiero di Antonella, il tempo non è più solo una sequenza che consuma, ma uno spazio abitabile, un grembo dove l’eterno può fare irruzione. Quando l’Amore attraversa il tempo, lo redime: il presente diventa presenza, l’attimo diventa eterno. Vivere nella pienezza dell’essere. È il tempo della grazia. Alla fine, ciò che conta non è “fare grandi cose”, ma lasciarsi trasformare, diventare canali trasparenti, dove lo Spirito possa abitare.

Come scrive Meister Eckhart, Dio è incessantemente generato nell’anima.

“Acconsentire” allora direi che nel pensiero di Antonella equivale ad “incarnare”: acconsentire alla spinta dell’Amore è un movimento interiore che coinvolge tutto l’essere. L’Amore che scende e prende corpo in noi, che ci attraversa e si manifesta attraverso la nostra umanità, nella concretezza del tempo e delle relazioni.

L’Amore che prende volto, voce, occhi, mani. Acconsentire alla spinta dell’Amore significa allora incarnare l’Amore, diventarne manifestazione, e contribuire a costruire il Regno dei Cieli dentro e intorno a noi.

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Il tempo

In Dentro il silenzio, Antonella introduce una riflessione profonda sulla natura del tempo, distinguendo tre dimensioni che si intrecciano e si sovrappongono: tempo vettoriale, tempo perpetuo, e tempo eterno. Questa distinzione offre una chiave di lettura per comprendere i diversi stati della coscienza umana e il percorso spirituale verso l’unione con il divino.

La citazione che qui vorrei analizzare è:

“Il tempo vettoriale porta in se stesso anche il tempo perpetuo come suo luogo sotterraneo, l’infero. L’eternità porta in se stessa il tempo vettoriale e il tempo perpetuo, il tempo della ripetizione, fissità” (Dentro il silenzio, p. 47).

Questo passo riflette la complessità della visione di Antonella, dove il tempo non è una dimensione unica e lineare, ma uno spazio articolato, con strati profondi che corrispondono a diverse esperienze dell’essere. Vorrei proporre qui una mia breve analisi.

Tempo vettoriale: nella visione di Antonella, il tempo vettoriale è un tempo orientato verso un fine, un obiettivo o un compimento. Questo tipo di tempo ha una direzione e una finalità, e rappresenta il progresso e l’evoluzione continua della creazione verso una realizzazione piena. Il tempo vettoriale è visto come il contesto in cui la creazione si sviluppa e si compie. È il tempo del cambiamento e della realizzazione, in cui gli eventi e le azioni sono diretti verso un obiettivo finale. Questo tempo rappresenta il processo dinamico attraverso il quale la creazione raggiunge il suo compimento e la sua pienezza.

Tempo perpetuo: il tempo perpetuo è descritto come un tipo di tempo che implica ripetizione e fissità. È un tempo che non evolve verso un obiettivo, ma è caratterizzato dalla sua ciclicità e dalla permanenza dei suoi stati. Questo tempo può essere associato a una dimensione di stasi o di ripetizione continua. Il tempo perpetuo rappresenta una dimensione del tempo in cui gli eventi si ripetono ciclicamente senza un progresso verso una realizzazione finale. È il tempo delle strutture immutabili e dei cicli incessanti, in cui il cambiamento non avviene in senso progressivo. È un tempo che non avanza, ma ruota intorno a sé stesso. Appare evidente studiando l’opera di Antonella che il tempo perpetuo è l’esperienza della prigionia dell’ego, da cui si può uscire attraverso la consapevolezza.

Nella riflessione di Antonella, l’inferno è descritto come il luogo sotterraneo del tempo perpetuo. In questo contesto, l’inferno rappresenta una dimensione in cui il tempo perpetuo si manifesta attraverso la ripetizione infinita e la fissità, senza possibilità di cambiamento o di progresso verso un fine. Dimensione di stasi: l’inferno è visto come una manifestazione del tempo perpetuo, un luogo o una condizione in cui il tempo è caratterizzato dalla ripetizione incessante e dalla fissità, in contrasto con il tempo vettoriale che è orientato verso una realizzazione e un compimento. Il tempo perpetuo è l’inferno interiore: uno stato di coscienza in cui ci si sente bloccati, come se nulla potesse cambiare. Antonella riconosce che questo tempo è parte integrante del percorso umano, ma invita a non rimanervi intrappolati.

Appare chiaro che l’eternità non è separata dal tempo vettoriale, ma lo include come una sua dimensione. L’eternità abbraccia e contiene il tempo vettoriale, che è il tempo della realizzazione e del progresso verso il fine. Allo stesso modo, l’eternità include anche il tempo perpetuo. In altre parole, l’eternità comprende sia la dimensione progressiva del tempo vettoriale che la dimensione ciclica e immutabile del tempo perpetuo. Il tempo eterno è il ritorno all’unità originaria. L’eternità ci abbraccia sempre (vedi anche lo schema sopra), pronta a rivelarsi nel momento in cui ci apriamo pienamente alla vita e alla grazia.

L’eternità è vista come una dimensione che ingloba e armonizza tutte le forme di tempo, sia quelle orientate verso un obiettivo (tempo vettoriale) sia quelle caratterizzate dalla ripetizione e dalla stabilità (tempo perpetuo). Questa concettualizzazione a mio avviso riflette una visione dell’eternità come una realtà che include e trascende le diverse manifestazioni del tempo.

Antonella descrive l’eternità come una realtà che abbraccia tutte le altre forme di tempo. In questa dimensione, il tempo vettoriale e il tempo perpetuo non scompaiono, ma vengono assorbiti e trasfigurati in uno stato di pienezza e unità. L’esperienza del tempo eterno è un risveglio spirituale, dove l’anima accede a una consapevolezza che supera la dualità. È il tempo in cui la vita di Dio si manifesta nel qui e ora, rivelando all’essere umano la sua vera natura divina. Nel pensiero di Antonella, l’eternità non è qualcosa che si raggiunge solo dopo la morte biologica, ma una realtà che può essere sperimentata già nel tempo presente.

“L’eterno include il tempo, come dimensione di crescita, cioè di continua evoluzione. Il circolo dell’eterno ritorno è intersecato da linee tangenziali che spingono movimenti di crescita, movimenti evolutivi. Emanazione divina e manifestazione divina costituiscono una relazione d’amore in espansione”(Antonella Lumini, Memoria profonda e risveglio, p. 52)

In Mistica e coscienza, p.11 Antonella scrive:

“Mistica e coscienza sono le coordinate del tempo vettoriale che tende verso una pienezza, che spinge l’evoluzione in quanto porta inseminato in sé il dinamismo dell’atto creativo che l’incarnazione fortemente accelera poiché conosce il proprio eschaton. Tempo escatologico che conduce verso la fine dei tempi, verso quel punto in cui il tempo, riconsegnato all’eterno, esaurisce il suo compito, in cui il mistero si svela tutto intero nella coscienza. Gesù Cristo costituisce la memoria permanente, sempre accesa e viva di questa coscienza che anela a risvegliarsi in ogni donna e in ogni uomo”.

Vorrei proporre alcune tracce di riflessione rielaborando queste due ultime citazioni.

La frase Mistica e coscienza sono le coordinate del tempo vettoriale esprime un’idea centrale nel pensiero di Antonella: il cammino spirituale dell’essere umano si svolge lungo una traiettoria, un tempo vettoriale, che non è statico ma orientato verso una pienezza finale. Il tempo vettoriale è un concetto che descrive il tempo come un movimento lineare e progressivo. A differenza del tempo perpetuo (tempo della ripetizione e della fissità), il tempo vettoriale è dinamico, punta in avanti verso una trasformazione. Ha una direzione precisa: tende verso l’eschaton (la realizzazione ultima e finale dell’essere umano e della creazione). È il tempo del divenire, in cui la coscienza umana si evolve e si sviluppa. Mistica (apertura al divino) e coscienza (risveglio spirituale) insieme agiscono come “coordinate”, strumenti che orientano l’essere umano lungo il tempo vettoriale, spingendolo verso l’evoluzione spirituale.

Tempo vettoriale: un tempo orientato verso una pienezza finale, dinamico e in evoluzione, guidato dalla mistica e dalla coscienza.

Tempo escatologico: il momento della storia in cui il tempo si raggiunge suo compimento e viene riconsegnato all’eterno.

Incarnazione: un momento cruciale che accelera il dinamismo del tempo vettoriale e segna l’inizio del compimento escatologico.

Cristo come memoria permanente: un principio continuo e vivente di consapevolezza che guida il risveglio e la realizzazione dell’individuo.

Antonella descrive il cammino umano come una tensione continua verso la pienezza, spinta dall’amore e dalla grazia divina. L’essere umano, creato a immagine di Dio, porta in sé il seme della creazione stessa, un impulso interiore che lo spinge a crescere, evolversi e realizzarsi. L’incarnazione di Cristo rappresenta un’accelerazione di questo dinamismo. L’umanità, attraverso Cristo, scopre che il proprio destino non è semplicemente esistere nel tempo, ma compiersi nell’eternità. Questo atto creativo non è esterno, ma agisce dall’interno della coscienza, come una forza che ci guida verso una maggiore pienezza di vita.

In questa visione, l’incarnazione rappresenta un punto di svolta: la discesa di Dio nel tempo attraverso Gesù Cristo, è un evento che trasforma radicalmente il tempo vettoriale. In Memoria profonda e risveglio (p. 38), Antonella afferma: “La nuova creazione non sorge improvvisamente, ma ha la sua lunga gestazione all’interno della prima creazione”.

L’eterno entra nel tempo, accelerandone il movimento e apre una nuova possibilità per l’umanità; con l’incarnazione l’essere umano non è più vincolato alla sola esperienza temporale; può attingere all’eternità mentre vive nel tempo. L’incarnazione rivela all’umanità la direzione ultima del tempo vettoriale, ovvero l’eschaton – il compimento finale in cui tutto sarà riassunto in Dio. Conoscere l’eschaton indica, nella visione di Antonella, una chiamata alla pienezza: attraverso l’incarnazione, l’essere umano diventa sempre più consapevole del destino finale che lo attende. La coscienza spirituale che si risveglia riconosce questa meta e si dirige verso di essa, consapevole che la pienezza dell’essere risiede nell’unione con Dio. Questo eschaton non è solo un evento futuro, ma una realtà già inscritta nel cuore dell’umanità.

Terapia di luce

A pagina 278-281 di Mistica e Coscienza, Antonella introduce il bellissimo concetto di “terapia della luce”. Vorrei condividere qui alcune mie riflessioni.

Antonella presenta con profondità simbolica e chiarezza una via di guarigione interiore che definisce “terapia della luce”. Si tratta di un percorso spirituale fondato sull’azione della grazia divina, che si manifesta come luce capace di sciogliere le resistenze dell’anima. Il testo in questione, come d’altra parte tutta la sua opera, può essere letta come una meditazione sapienziale che intreccia elementi della tradizione cristiana con intuizioni psicologiche profonde, in una visione integrale dell’essere umano, ferito ma chiamato alla trasfigurazione.

La guarigione come emersione e resa. Il punto di partenza non è la comprensione razionale del proprio malessere, ma la sua accoglienza davanti alla luce dello Spirito. Antonella parla di “blocchi psichici”, “resistenze”, “stato di caduta”, tutte espressioni che descrivono la condizione dell’anima quando è chiusa in sé stessa, incapace di ricevere la grazia. La guarigione comincia non nel controllo o nell’analisi, ma nell’offerta.

Offrire i propri blocchi alla luce significa accettare di essere visti, toccati, penetrati da qualcosa di più grande, che agisce senza forzature ma con energia propria.

In questa visione, l’azione dello Spirito non è invasiva: è una luce che “penetra” e “revitalizza”, ma chiede accoglienza, apertura, disponibilità. La trasformazione è un processo lento, che si svolge “attraverso il succedersi di eventi ordinari”: la quotidianità, spesso trascurata, diventa terreno d’azione della grazia, che lavora nel nascosto, maturando condizioni interiori nuove.

Tutto il pensiero di Antonella si focalizza sul ruolo della fiducia e dell’abbandono. La luce spirituale può agire solo se l’anima si lascia toccare, se si disarma dal suo bisogno di controllo, se rinuncia all’autoaffermazione dell’ego. Lo stato di caduta concettualizzato da Antonella è proprio quello in cui l’io cerca di compensare la sua insicurezza con forme di potere, controllo o dipendenza. L’immagine dell’io che “assume un proprio baricentro nel vuoto” è particolarmente potente a mio avviso: mostra la precarietà di una coscienza scollegata dal suo centro autentico, che è in Dio.

La malattia dell’anima, in questa prospettiva, non è solo sofferenza: è distorsione del desiderio, deviazione della forza creatrice, che sotto l’egida dell’ego produce non vita ma distruzione. Ecco perché la guarigione richiede un vero e proprio “cedimento interiore”: la resa dell’anima che smette di resistere, di voler bastare a sé stessa, e si apre a un “oltre luminoso” che, all’inizio, può apparirle come buio.

Un tratto molto bello e profondo del testo è il riferimento al “desiderio di bellezza” che la luce risveglia nell’anima. La bellezza non è qui un concetto estetico, ma una realtà ontologica: è ciò a cui l’anima anela per sua natura, ciò che la orienta verso la pienezza e la verità. Quando la luce spirituale penetra nell’interiorità, fa emergere questo desiderio nascosto, questo “gusto nuovo” che permette all’anima di riconoscere il disordine e l’ombra senza più esserne terrorizzata.

Si tratta, in fondo, di un processo di purificazione e liberazione quello presentato da Antonella: non una negazione del male, ma la sua trasfigurazione nella luce. L’anima, progressivamente, si riconnette alla propria sorgente divina e diventa capace di cooperare alla propria guarigione, non attraverso lo sforzo, ma attraverso l’affidamento.

Nel pensiero mistico-teologico sviluppato da Antonella, l’essere umano è un campo di forze in lotta, attraversato dalla tensione tra la chiusura egocentrica e l’apertura alla grazia. La guarigione non è un traguardo raggiunto con le sole forze umane, ma un processo che si compie nella misura in cui ci si espone alla luce dello Spirito. Non si tratta di capire tutto, ma di lasciarsi trasformare. Non si tratta di combattere le tenebre, ma di accogliere la luce.

Questa “terapia della luce” è una via di verità: una verità che libera, che plasma, che guarisce. È un cammino di discesa e di risalita, di morte e rinascita. Lo Spirito si effonde dove trova un canale libero, dove non incontra resistenza. Lo Spirito fluisce quando l’anima si apre.

Antonella ci offre una visione integrale della guarigione dell’anima, che unisce psicologia, mistica e vita quotidiana. La luce, viene descritta come qualcosa da accogliere. La “terapia di luce” è allora un’esperienza relazionale: l’anima non guarisce da sola, ma aprendosi a qualcosa di più grande, di più dolce, di più vero. È un’immagine che consola, che rassicura: la luce c’è, e attende solo di essere accolta. Antonella ci ricorda che il vero ostacolo non è il male in sé, ma la resistenza interiore, che ci impedisce di guarire.

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