Incontro a Cristo

Il racconto di Gesù che cammina sulle acque è una delle narrazioni più ricche dei Vangeli: si trova nel vangelo di Marco, in Giovanni e in Matteo. La versione di Matteo (Matteo 14, 22-33) è unica perché soltanto lui racconta che anche Pietro cammina sulle acque. Questo particolare è straordinario, e in un certo senso rappresenta il cuore stesso del messaggio teologico di Matteo. La sequela. Il cammino di discepolato.

Innanzitutto, occorre tener presente che il racconto non riguarda un miracolo, ma ciò che significa diventare discepoli di Cristo.

I discepoli si trovano su una barca, nel cuore della notte. Fin dai primi secoli del cristianesimo, la barca è stata interpretata come immagine della persona umana. Tutti noi viviamo dentro una “barca”: la nostra vita, le nostre relazioni, la nostra fede. Una barca che naviga nel mare, soggetta alla natura. Nella simbologia biblica il mare è spesso associato al caos, alle forze che si oppongono a Dio e a tutto ciò che minaccia l’esistenza umana. La tempesta rappresenta quindi quei momenti in cui la vita diventa instabile, abbiamo paura, siamo in angoscia, e perdiamo l’orientamento.

Gesù viene, camminando sul mare. È un particolare straordinario, nell’Antico Testamento soltanto Dio cammina sulle acque. Il libro di Giobbe afferma infatti:

Egli solo dispiega i cieli e cammina sulle onde del mare (Giobbe 9,8).

Matteo sta dunque facendo un’affermazione di enorme profondità: Gesù compie ciò che appartiene soltanto al Creatore. Quando i discepoli lo vedono, sono presi dal terrore. Gesù allora dice immediatamente:

Il testo greco è ancora più intenso.

Gesù dice:

ἐγώ εἰμι (egō eimi)

cioè, letteralmente:

Io Sono

Questa espressione richiama direttamente il Nome divino rivelato a Mosè nel roveto ardente. Prima ancora di calmare la paura, Gesù rivela la propria identità.

Ed ecco entrare in scena Pietro. Solo Matteo racconta che Pietro dice:

Qui Pietro non sta chiedendo un miracolo, non sta sfidando Gesù. Pietro desidera seguire Gesù, stare in comunione con lui, aspira all’unione, alla partecipazione, vuole andare dove si trova Gesù. Questo è già il discepolato.

Gesù gli risponde con una sola parola:

Nient’altro. La vita cristiana inizia così: con una chiamata, un invito. E Matteo racconta che Pietro allora comincia a cammina sulle acque. Questo è un particolare straordinario, perché spesso spesso ricordiamo soltanto che Pietro è affondato.

Ma Matteo racconta anzitutto che Pietro fece ciò che sembrava impossibile. Perché? Perché, per un istante, il centro della sua vita non era più se stesso. Pietro era tutto orientato verso Cristo. Fiducia totale.

La fede è il continuo spostamento del centro della propria esistenza da sé stessi a Cristo.

Poi Matteo scrive:

Qui molto importante notare che Pietro non comincia ad affondare perché arriva il vento all’improvviso, o il vento diventa più forte. Il vento c’era già, affonda perché comincia a guardare il vento invece di guardare Cristo. Il suo centro si sposta. Questa è un’intuizione straordinaria sulla vita spirituale: fuori di Pietro non cambia nulla, cambia soltanto la direzione del suo sguardo, del cuore cuore, la sua centratura.

Allora Pietro grida:

Gesù immediatamente tende la mano. Matteo usa un avverbio molto significativo:

cioè: “subito”

Anche qui il greco rivela una sfumatura preziosa sulle parole di Gesù, in italiano tradotte a mio avviso erroneamente come “Uomo di poca fede”. Il verbo greco usato è:

Significa letteralmente essere divisi, oscillare tra due direzioni, avere il cuore diviso. Il problema di Pietro non è l’assenza di fede, è una divisione interiore. La vita spirituale si svolge molto spesso dentro questa tensione.

Quando poi salgono sulla barca,

È importante notare l’ordine degli eventi: la tempesta termina dopo che Pietro è stato salvato. Cristo non elimina sempre immediatamente la tempesta, anzitutto dona la sua presenza, poi la tempesta perde il suo potere.

Infine i discepoli si prostrano davanti a lui dicendo: “Davvero tu sei il Figlio di Dio”. È la prima volta, nel Vangelo di Matteo, che i discepoli, come gruppo, fanno questa professione di fede: la tempesta è diventata una rivelazione.

C’è un’immagine di questo racconto che trovo particolarmente bella. Pietro cammina soltanto finché continua a muoversi verso Gesù. Pietro non cammina semplicemente sulle acque. Cammina verso Cristo. Il miracolo, come frutto di una relazione. Rimanete in me e io in voi.

Forse è proprio per questo che Pietro affonda quando distoglie lo sguardo, non perché improvvisamente l’acqua torni ad essere acqua, ma perché la fede non è sostenuta da esperienze straordinarie. È sostenuta dalla comunione, dalla relazione, dalla partecipazione.

I Padri del Deserto dicevano spesso che la salvezza non consiste semplicemente nel credere qualcosa su Cristo, ma nel tenere fisso lo sguardo del cuore su Cristo. L’intero episodio può allora essere letto come un’icona del cammino cristiano: il mare è l’incertezza della vita, la barca è la fede, la tempesta è tutto ciò che ci scuote e ci disorienta, Pietro rappresenta ognuno di noi, ogni credente. E Cristo sta, non al di là della tempesta, ma dentro di essa, pronunciando una sola parola:

Lo scopo della vita cristiana non è diventare persone che non incontrano più tempeste, ma diventare persone il cui sguardo ha imparato a rimanere fisso su Cristo anche quando il vento continua a soffiare.

Nel Vangelo di Matteo, camminare sulle acque significa scoprire che, quando tutta la nostra esistenza è orientata verso Cristo, le forze più profonde del caos perdono potere su di noi.

Incontro a Cristo.

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Seguimi

“Seguimi” : la parola di Gesù che apre il cammino, la sequela.

È una parola nuda, essenziale, diretta. Una parola che tocca il centro dell’essere umano, perché invita ad uscire da sé, a lasciare la posizione in cui ci si è fermati. Mettersi in cammino essendo chiamati per nome, attesi. Il cammino non si fonda sulla certezza di essere pronti, ma sulla fiducia in Colui che chiama.

Vorrei proporre alcune mie riflessioni su questa parola evangelica inquadrandola dentro la visione mistico-teologica proposta da Antonella.

Nel Vangelo, Gesù pronuncia “seguimi” in situazioni molto concrete. Chiama uomini e donne immersi nel lavoro, nelle relazioni, nelle fatiche quotidiane.

Chiama pescatori mentre gettano le reti, mentre sono al lavoro, nella loro quotidianità. Chiama Matteo seduto al banco delle imposte. Chiama persone che hanno una storia, un mestiere, un carattere, delle paure, delle ambiguità. La chiamata non cade in uno spazio ideale, cade dentro la vita reale.

Gesù non aspetta che la vita sia diventata pura, perfetta. Entra mentre siamo ancora dentro le nostre reti, i nostri banchi, le nostre abitudini, le nostre difese. Ci chiama, ci raggiunge nel punto esatto in cui ci troviamo.

“Seguimi” significa proprio questo: da qui può iniziare il cammino, da dove siamo. Non da un’immagine migliore di noi stessi. Non da un momento perfetto che forse non arriverà mai. Ma dalla vita concreta, a volte disordinata, fragile, stanca, contraddittoria. Gesù non chiama l’essere umano ideale, chiama l’essere umano nella sua realtà concreta.

Seguire Gesù significa entrare nella sua via. “Seguimi”, come a dire: cammina con me, resta con me, lascia che il mio modo di essere trasformi il tuo. Relazione da vivere. Conformarsi alla misura dell’Amore, come dice Antonella. Il seguire implica movimento. Coinvolge il passo, il cuore, il tempo, le scelte. Chi segue deve partire. La visione della vita eterna che Antonella propone è esperienziale, e si traduce in una nuova prospettiva interiore verso la vita nello spazio-tempo: uno sguardo che sa riconoscere l’infinito nel finito, l’eterno nel tempo, e incanalarlo, incarnarlo. La vita eterna è dunque un vivere nella luce dell’Amore che libera, trasfigura. L’eterno non è un aldilà da attendere, ma un aldiquà da trasformare.

Quando Gesù chiama i primi discepoli, essi lasciano le reti. Questo gesto è molto simbolico. Le reti sono il lavoro, la sicurezza, l’identità conosciuta, le certezze, i falsi idoli, le paure, le pesantezze, le cose non risolte, che finiscono per trattenerci. Ognuno ha le sue reti.

Ci sono reti visibili: abitudini, ruoli, possessi, progetti, relazioni vissute in modo possessivo. E ci sono reti interiori: paure, immagini di sé, rancori, bisogni di approvazione, desiderio di controllo, attaccamenti al passato, ferite trasformate in identità, pesantezze, risentimento.

Seguire Gesù non significa abbandonare esteriormente tutto ciò che si vive. Siamo chiamati a un distacco più profondo: quello dalle proprie reti, falsi idoli, dall’io egoico. Gesù desidera liberarci da tutto ciò che ci impedisce di aprirci e rinascere nell’Amore.

La chiamata di Matteo è molto significativa. Gesù lo vede seduto al banco delle imposte e gli dice: “Seguimi”. Matteo si alza e segue Gesù. Il dettaglio è potente: Matteo è seduto. È fermo dentro una posizione. Il banco delle imposte rappresenta forse un’identità sociale compromessa. Il pubblicano era percepito come collaboratore del potere romano, figura sospetta, spesso associata a ingiustizia e impurità morale. Gesù però non vede il pubblicano, vede l’uomo. Gli altri vedono una categoria., Gesù vede una persona. Gli altri vedono un passato, Gesù vede una possibilità. Gli altri vedono un peccatore seduto al banco, Gesù vede un discepolo che può alzarsi.

“Seguimi” è la parola che restituisce movimento a chi è bloccato, intrappolato, fermo. Matteo si alza. In quel gesto c’è tutta la conversione. Non è un cambiamento di luogo, ma un cambiamento di appartenenza, di direzione, di orientamento. Questo accade anche a noi. Ci sono luoghi interiori in cui siamo seduti da anni. Situazioni in cui abbiamo smesso di credere che sia possibile cambiare. Identità che ci siamo lasciati cucire addosso dagli altri o dalla nostra stessa colpa. Ma Gesù passa e rivolge a ciascuno di noi questo invito pieno di incoraggiamento e amore: “Seguimi”. Come chiamandoci per nome.

La vita cristiana non è un percorso lineare in cui chi segue non cade mai. È un cammino in cui, dopo ogni caduta, siamo nuovamente raggiunti dalla voce di Cristo. “Seguimi” significa anche: non restare nel tuo fallimento, non fare del tuo tradimento la tua ultima identità, non assolutizzare la tua debolezza.

L’invito di Gesù attraversa proprio il luogo della nostra fragilità. Pietro rinnega tre volte, eppure non perde il senso della sua chiamata. Dopo il tradimento, sulle rive del lago, Gesù non gli rinfaccia il passato per schiacciarlo. Gli domanda: “Mi ami?”. Come se dicesse: quanto successo non è la tua verità più profonda. Il tuo fallimento non esaurisce chi sei. C’è ancora un amore possibile in te. E proprio da lì può ricominciare tutto. Poi, ancora una volta, gli dice: “Seguimi”. Gesù ci tende la mano.

La vita consegnata diventa feconda, vita eterna. Seguire Gesù è il compimento più alto dell’essere umano.

“Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua”.

Prendere la croce non significa cercare la sofferenza, non significa subire passivamente l’ingiustizia. La croce non è culto della sofferenza. È la forma che l’amore assume quando resta fedele dentro il rifiuto, la prova, l’incomprensione, la perdita. Significa accettare le proprie responsabilità, rimanere fedeli fino in fondo alla propria chiamata, rimanere in quella Presenza nonostante il buio della prova. Nel linguaggio evangelico rinneghi sé stesso implica svuotarsi interiormente da tutto cui che non è necessario, dalla pretesa dell’io egoico di mettersi al centro: l’io che vuole possedere, controllare, dominare, difendersi sempre, avere ragione, cercare il proprio vantaggio, la propria immagine, la propria sicurezza. Smascherare quel falso sé che vive di paura, orgoglio, attaccamento, vanità, risentimento o autosufficienza. Non è una negazione della persona ma una liberazione da ciò che impedisce alla persona di essere amato e di amare.

Gesù non salva perché soffre, salva perché ama fino alla fine. Seguire la croce significa allora imparare un amore che non fugge appena costa. Un amore che resta aperto anche quando viene ferito. Un amore che non risponde al male con il male. Un amore che attraversa la morte assumendola e svuotandola del suo potere di presa.

Nel Vangelo di Giovanni, i primi discepoli chiedono a Gesù: “Maestro, dove dimori?”. E Lui risponde: “Venite e vedrete”. Seguire non significa solo camminare dietro a Gesù. Significa anche dimorare con Lui presso la sua stessa dimora, entrare nella sua intimità. Conoscere il luogo profondo in cui egli vive. Il discepolo è uno che sta, rimane con il Maestro.

“Seguimi”: vieni a imparare il mio silenzio, la mia preghiera, la mia compassione, la mia libertà. Solo chi si fa dimora può davvero seguire. Il seguire cristiano nasce dalla relazione. Si cammina perché si è attratti. Si serve perché si è amati. Si lascia perché si è trovato qualcosa di più grande.

La parola “seguimi” non appartiene solo al passato. Non è rimasta sulle rive del lago di Galilea. Non riguarda soltanto i 12 discepoli. È una parola viva, che continua a risuonare nella storia personale di ciascuno.

Gesù continua a chiamare. Chiama attraverso il Vangelo ascoltato in un momento preciso. Attraverso una ferita che chiede di essere trasfigurata. Attraverso una responsabilità che non possiamo evitare. Attraverso un silenzio che ci attira. Attraverso un’inquietudine che non si lascia spegnere. Attraverso una gioia profonda che indica una strada. Attraverso una crisi che rompe le false sicurezze. Attraverso la nostra quotidianità. Attraverso il corpo mistico dei Santi.

Gesù non chiama fuori dalla carne della storia, ma dentro di essa. Seguirlo significa lasciare che il Vangelo prenda corpo nelle relazioni, nel lavoro, nel modo di guardare gli altri, nel modo di usare il tempo, nel modo di attraversare la sofferenza, nel modo di custodire la speranza.

La sequela è incarnata perché tocca tutto.

C’è qualcosa di inesauribile in questa chiamata. “Seguimi” non si ascolta una volta sola. Seguire Gesù significa permettere alla sua vita di diventare forma della nostra vita.

Non sappiamo dove il cammino ci porterà. I discepoli non lo sapevano, Maria stessa non lo sapeva (vedi il riferimento al vento nel racconto di Nicodemo, spiegato da Antonella in diverse occasioni). Ma la fede non consiste nel comprendere l’intera strada. Seguire Gesù significa credere che solo affidandosi allo Spirito si rinasce.

L’Amore cerca dimore dove dimorare, l’Amore desidera incarnarsi ed espandersi. La vita eterna penetra e trasfigura il tempo.

“Seguimi” è la parola che ancora oggi ci raggiunge nel punto esatto in cui siamo: tra le reti che ci trattengono, le paure che ci chiudono, le ferite che ci rallentano. Non ci chiede di essere già pronti, ma di alzarci. Allora ogni passo diventa sequela, ogni apertura diventa nascita, ogni croce attraversata con Cristo diventa soglia di resurrezione.

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Sette Io Sono in Giovanni

Ci sono sette “Io sono” pronunciati da Gesù nel Vangelo di Giovanni, non sembra essere un numero casuale: sette è il numero della pienezza, completezza, perfezione, nella Bibbia.


1. Io sono il pane della vita [eterna]

ἐγώ εἰμι ὁ ἄρτος τῆς ζωῆς (Giovanni 6,35)

τῆς ζωῆς= “della vita eterna”, in quanto Giovanni distingue βίος (bios, vita biologica) e ζωή (zōē, vita eterna, nuova qualità di vita)


2. Io sono la luce del mondo

ἐγώ εἰμι τὸ φῶς τοῦ κόσμου (Giovanni 8,12)


3. Io sono la porta

ἐγώ εἰμι ἡ θύρα (Giovanni 10,7)


4. Io sono il buon pastore

ἐγώ εἰμι ὁ ποιμὴν ὁ καλός (Giovanni 10,11)


5. Io sono la risurrezione e la vita [eterna]

ἐγώ εἰμι ἡ ἀνάστασις καὶ ἡ ζωή (Giovanni 11,25)


6. Io sono la via, la verità e la vita [eterna]

ἐγώ εἰμι ἡ ὁδὸς καὶ ἡ ἀλήθεια καὶ ἡ ζωή (Giovanni 14,6)


7. Io sono la vite vera

ἐγώ εἰμι ἡ ἄμπελος ἡ ἀληθινή (Giovanni 15,1)


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Voi siete

Vorrei ritornare alle bellissime parole di Gesù che si trovano in Matteo 5, 13-16, e che ho commentato nell’articolo precedente:

Voi siete il sale della terra e la luce del mondo

Mi colpisce molto che Gesù non dica dovete diventare, Gesù dice voi siete.

Voi siete il sale della terra. Voi siete la luce del mondo. È una rivelazione di identità. Quindi, voi siete già portatori di una realtà divina. La santità come natura intrinseca, come missione da realizzare. Il problema non è diventare luce come se fosse qualcosa di nuovo che non ci appartiente, il problema è non coprirla. Il problema non è produrre sapore, il problema è non perdere il sapore di ciò che già siamo di natura. Substanzialità, come dice Antonella. Figlio di Dio. Proveniamo da quella sorgente di Amore e Luce.

La vita spirituale allora consiste principalmente nel custodire un dono originario, lasciarlo riaffiorare. Questo è il cuore nascosto del Vangelo. Memoria profonda e risveglio, secondo l’insegnamento di Antonella. I velami, le pesantezze che accumuliamo nella vita che oscucrano la nostra vita spirituale, appesantiscono l’anima. La levita invece, volare sulle ali della grazia dice Antonella, quando offriamo tutto allo Spirito, quando lasciamo sciogliere queste incrostazioni.

Un secondo elemento rivelatore: sale e luce sono realtà per gli altri, nel senso, nessuna delle due immagini esiste per se stessa. Entrambe esistono in relazione. Questo significa che l’identità di coloro che si mettono alla sequela, che custodiscono la Parola, è intrinsecamente relazionale. Inoltre, la lampada si accende da un fuoco già esistente. Il discepolo non è la sorgente della luce. È il luogo dove la luce passa.

Non si è sale “per sé”. Non si è luce “per sé”. Si è tali solo nella misura in cui lo si è per gli altri. È una delle affermazioni più profonde sull’ essere umano nel Vangelo: l’essere umano diventa pienamente se stesso solo quando vive come dono.

Anche da notare che Gesù non dice: “Se il sale diventa veleno…” Dice invece: “Se il sale perde il sapore…” La vera tragedia spirituale è diventare insipidi, morte spirituale, come la chiama Antonella. È la morte lenta dell’anima. Una vita può essere moralmente corretta, eppure completamente senza sapore.

Guardiamo adesso al testo greco, perché nasconde a questo riguardo un dettaglio misterioso molto importante, spesso perso nella traduzione.

La frase greca è:

ἐὰν δὲ τὸ ἅλας μωρανθῇ
ean de to halas mōranthē

Letteralmente significa:

“se il sale diventa folle/stolto”, non “insipido” “senza gusto”. Stolto. Un’immagine impossibile, un paradosso. È come dire: Se l’acqua smettesse di essere bagnata.
Una contraddizione ontologica.

I Padri del Deserto hanno visto nell’uso di questo lessico qui qualcosa di sconvolgente: il discepolo può perdere non solo la sua missione,
ma la sua identità spirituale più profonda.

Il verbo greco morainō indica: perdita di senso, perdita di orientamento, in senso simbolico oscuramento dell’intelligenza del cuore Non è un peccato morale, ma cecità interiore. Una specie di “anestesia dell’anima”. Velame, come lo chiama Antonella.

Interessante notare come lo stesso verbo greco compare quando Gesù dice (Matteo 7, 24-27):

“chi ascolta le mie parole e non le mette in pratica è come un uomo stolto (moros) che costruisce sulla sabbia”

Quindi il sale che “diventa stolto” è una vita che ha perso il contatto con la sorgente della vita e della verità. Questo è il vero dramma spirituale secondo il Vangelo.

Agostino dice:

“Il sale è la sapienza spirituale che preserva dalla corruzione.”

Per lui perdere sapore significa perdere il fervore dell’amore. Smettere di ardere interiormente.


Origene interpreta il sale come la capacità di comprendere il senso profondo della Parola. Quando il sale perde sapore significa che la Buona Novella del Vangelo diventa lettera morta, conoscenza sterile, sapere senza trasformazione.

Origene dice qualcosa di stupendo:

“Chi possiede la parola senza lo Spirito è come sale senza sapore.”

Nei Padri siriaci troviamo una lettura bellissima: il sale è l’amore che si scioglie per dare vita.

Perdere sapore significa: quando l’amore si raffredda, quando il cuore si indurisce.

Sant’Efrem dice:

“Il sale è il cuore che sa sciogliersi”

Gesù non dice: “Se il sale cade” o “se il sale viene rubato”. Dice: “se diventa stolto”. Questo implica che il cambiamento non viene dall’esterno, ma dall’interno. È una auto-dissoluzione spirituale.

La luce non viene spenta dal mondo, ma dalla mancanza di vigilanza del cuore.

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Ricordati di me

Ho sempre trovato il racconto del ladrone sulla croce, presentato nel Vangelo di Luca (23,39–43), di una bellezza straordinaria.

“Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno”. Gli rispose: “In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso”.

Questo evento accade quando sembra non esserci più tempo per il ladrone.

Tutto accade quando non resta più nulla da dimostrare. Il corpo è inchiodato, il tempo è finito, la vita non può più essere riparata né giustificata. Non c’è spazio per opere, restituzioni, promesse. C’è solo la verità nuda di un uomo che non ha più difese. Ed è proprio lì che nasce la salvezza. Altro elemento interessante: in quel passo è la prima volta che nei Vangeli compare esplicitamente la parola paradiso. Non un luogo, ma un essere-con. Non legato al merito, ma alla relazione.

Il ladrone non chiede di essere assolto. Chiede solo di essere ricordato. È una richiesta umile, povera, timida: “Ricordati di me”. Un attimo che contiene tutto. Affidamento totale. Il ladrone ha accolto lo sguardo di Gesù, lo ha ricevuto. Non è una richiesta di salvezza, non è una pretesa di perdono, non è neppure una domanda di paradiso. È una domanda di relazione. Il ladrone si consegna. Si consegna allo sguardo di Gesù, alla sguardo della verità, della luce.

E Gesù risponde con una parola che rovescia ogni logica: “Oggi sarai con me in paradiso”. Come se Gesù dicesse non devi aspettare un Regno diverso, perché l’amore che vedi ora è già Regno, e non devi essere ricordato più tardi, perché sei già con me.

Non domani. Non quando avrai pagato. Non dopo una purificazione. Oggi, quindi ora, subito. Il paradiso, a cui Gesù fa riferimento, non è un luogo lontano né un premio postumo. È relazione, comunione: “con me”, dice Gesù.

Il ladrone non viene salvato nonostante la sua vita, ma attraverso la sua verità. Non perché ha fatto bene, ma perché, nel momento ultimo, non mente più su di sé. Non si autocondanna, non si giustifica, non accusa. Resta. E questo basta. Ha riconosciuto l’amore e la luce in Gesù.

C’è qualcosa di sconvolgente in questa scena: Gesù promette il paradiso a un uomo che non ha tempo di cambiare. Questo significa che la salvezza non è il risultato di una trasformazione morale visibile, ma l’accadere di un incontro reale.

Il ladrone ci dice che non è mai troppo tardi perché il tempo di Dio non coincide con il nostro. Un istante di verità può valere un’intera vita. Un solo sguardo affidato può aprire l’eterno. Non perché cancella il passato, ma perché lo ricapitola nell’amore.

E forse la cosa più bella è questa: entrare in paradiso, secondo Luca, non è un giusto, ma un uomo fallito. Né Matteo, né Marco, né Giovanni usano mai il termine parádeisos. In Luca quindi, paradiso è una relazione, che inizia oggi, ed è comunione offerta. Molto interessante che Luca stesso usa questo termine una volta sola, in questo racconto. Il termine “paradiso”, quindi, nei Vangeli compare una sola volta, ed è sulla croce. Come a dire che l’intimità originaria con Dio si apre a chi, alla fine, si affida, si apre, si fa attraversare.

Come a dire che il Regno si apre non a chi arriva preparato, ma a chi si lascia prendere, espressione che usa spesso Antonella. Lasciarsi portare, affidarsi, aprire gli orizzonti.

Qualcosa di assolutamente unico nel racconto del ladrone sulla croce, qualcosa che raramente viene detto fino in fondo, e che mi colpisce molto. Il ladrone non viene salvato nonostante la croce. Viene salvato sulla croce.

La croce non è solo il luogo della sua fine: è il luogo in cui, per la prima volta, non scappa più. Tutta la sua vita è stata fuga, appropriazione, sopravvivenza. Ora non può più prendere nulla, non può più andare altrove. È fermo. Esposto. Consegnato. Ed è proprio questa croce che diventa spazio di verità.

Il ladrone guarda Gesù e vede qualcosa che nessun altro sembra vedere in quell’istante: il Regno dei Cieli, il Regno dell’Amore. Il Regno passa attraverso l’accettazione della croce. Per questo dice: “Ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno”. È una fede spogliata, senza immagini trionfali. Una fede che nasce nonostante la sofferenza.

E Gesù risponde con una parola che non consola soltanto: ricrea il tempo: “Oggi”. Con quella parola Gesù spezza la tirannia del troppo tardi. Spezza l’idea che la vita sia una somma di errori irreversibili. Spezza la logica del se avessi fatto prima.

“Oggi” significa che l’eterno entra nel tempo ferito. Non c’è un dopo in cui sistemare le cose. C’è solo un presente che può essere abitato dall’amore. L’eterno nel tempo.

E poi c’è quel “con me”. Il paradiso come comunione. Il ladrone non viene portato via dalla sua storia; viene accompagnato dentro l’eterno con tutta la sua verità.

Qualcosa di vertiginoso: il primo essere umano a cui Gesù promette esplicitamente il paradiso è un uomo che non ha più tempo per cambiare.

Questo significa che la salvezza non è la ricompensa di una vita riuscita, ma l’accadere di una relazione vera, anche nel punto ultimo della fragilità. Non è il premio della conversione, ma il frutto di un affidamento, accettazione, accogliere la verità, consegnarsi come si è. Da notare che al versetto 41, il ladrone dice “…perché riceviamo il giusto per le nostre azioni”.

Il ladrone si espone, accetta di farsi guardare senza maschere e si consegna in totale nudità.

Forse il racconto ci dice che il paradiso non è la meta di chi arriva perfetto, ma l’abbraccio di chi si affida, spalanca gli orizzonti. Che Dio non attende una vita perfetta, ma un istante di verità. Che anche una storia spezzata può essere interamente accolta, se qualcuno osa dire: “Ricordati di me”.

Luca ci consegna una speranza bellissima: che nessuna vita è mai fuori l’eterno, che nessuna ferita è troppo tarda, che nessuna fine è senza possibilità per un nuovo inizio.

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La parabola del seminatore

Il Vangelo apre soglie interiori ogni volta che lo si accoglie senza difese. Scava, trasforma.

Qui mi soffermo sulla parabola del seminatore nel Vangelo di Marco, condividendo una mia riflessione personale.

La parabola del seminatore, così come Marco la consegna (4,12–21), non è una parabola sull’ascolto della Parola: è una rivelazione sul modo di abitare il cuore. Una soglia che rivela chi siamo, che terreno interiore stiamo coltivando.

Nella parabola, il seminatore non seleziona il terreno: anzi, getta il seme con una generosità quasi scandalosa, come se la Parola non fosse data in base al merito, alla preparazione o alla purezza del suolo, ma affidata alla libertà e al rischio dell’essere umano. È un gesto che parla di Dio: un Dio che semina ovunque, anche dove apparentemente nulla può crescere.

Il dramma infatti non è nel seme, che è buono, vivo, potente, ma nel terreno che lo riceve. E il terreno è quello che siamo, qui e ora, il nostro spazio interiore.

C’è il terreno dove la Parola non riesce nemmeno a entrare: è il cuore reso impermeabile, per difesa, eccesso di rumore, stanchezza. Morte spirituale, terreno non fertile. C’è il terreno sassoso, che accoglie con entusiasmo ma senza profondità: è l’ascolto che si accende subito ma non sopporta il tempo, il peso, la prova. Manca di radicamento, affidamento, direzione. C’è il terreno soffocato dalle spine: la Parola cresce, ma viene lentamente strangolata dalle preoccupazioni, dal desiderio di possesso, dall’ansia di riuscire. E poi c’è la terra buona. Humus fertile. Non perfetta, non senza fatica. È la terra che accetta di essere lavorata, ferita, aperta. Terra che si offre. È il cuore che ascolta, accoglie e custodisce, lasciando che la Parola compia il suo lavoro silenzioso. Qui il frutto non è uniforme: trenta, sessanta, cento. Perché il compimento non è standardizzato; è personale, unico, legato alla storia di ciascuno, alle possibilità di ciascuno, al mandato di ciascuno.

Subito dopo, Gesù parla della lampada: la luce non è fatta per essere nascosta. È come se dicesse che la Parola, una volta accolta, chiede di diventare visibile, di prendere carne nella vita. L’ascolto autentico non resta interiore: trasforma lo sguardo, le scelte, il modo di stare nel mondo.

In quale terreno ci riconosciamo? Forse siamo tutti, a tratti, ogni tipo del terreno descritto da Marco. Quanto siamo disposti a lasciarci lavorare, scavare, purificare dallo Spirito? Il seme continua a essere gettato. La domanda resta aperta, ogni giorno.

La chiamata resta permettere alla Parola di scendere, di scavare. Terreno che accudisce il seme, lo nutre, lo protegge. Gestazione, dice Antonella. Dio non si incontra fuori dal vissuto, ma nel profondo dell’esperienza incarnata. Diventare dimora, terra abitata. Dove lo Spirito possa finalmente mettere radice e, nel tempo, fiorire. Il seminatore continua a seminare, giorno dopo giorno, nel silenzio delle nostre vite. Non chiede garanzie, non pretende risultati. Il seminatore non domina la terra, non la forza. Si affida. Come una madre, consegna ciò che ha di più vitale. Non controlla il processo, non accelera la crescita. Nutre, e attende. Il gesto della semina è un gesto materno: silenzioso, ripetuto, paziente, esposto alla perdita. La relazione è reciproca, intima, incarnata. La Parola si offre come ciò che sostiene la vita dall’interno. Come il latte materno, è vitale, essenziale, adatto a ciascuno secondo il suo tempo. La vita spirituale, spiega Antonella, è una gestazione. Non un fare, ma un lasciarsi fare. La Parola, nutre, plasma, trasforma. La vita dello Spirito dentro di noi. Solo coloro che rispondono all’Amore sono davvero amati. Dio ama tutti, ma coloro che rispondono ricevono l’Amore e lo diffondono.

In questa bellissima parabola c’è un dettaglio che a mio avviso spesso passa inosservato: il seme cade prima ancora che il terreno sia pronto. Non c’è un tempo di preparazione,il seminatore non pensa prima diventa terra buona, poi riceverai il seme”. Il dono dell’Amore di Dio precede la disponibilità. È una logica materna. La vita viene offerta prima che il figlio sappia accoglierla. Anche il terreno battuto, anche quello sassoso, anche quello soffocato: nessuno è escluso dal gesto originario. Tutti sono raggiunti. Il seminatore non corregge i terreni, non separa il buono dal cattivo.

Altro elemento da notare: il frutto non dipende dall’intensità dell’accoglienza iniziale. Il terreno sassoso accoglie con gioia, eppure non porta frutto. Antonella Lumini lo ripete con forza: l’esperienza spirituale coincide con la fedeltà al processo interiore, attraversare la notte. Fedeltà, radicamento.

Un altro elemento a cui ho fatto riferimento sopra è la sproporzione finale: trenta, sessanta, cento. Non c’è simmetria, non c’è equità. Il frutto non è misurabile né confrontabile. Ognuno porta il frutto che può, secondo la propria storia, il proprio limite, la propria ferita. Il Regno non funziona per standard, ma per unicità.

E poi c’è la luce. Gesù non parla subito di frutto, ma di una lampada. Come se il vero segno della Parola accolta non fosse ciò che produce, ma ciò che illumina. Non un fare di più, ma un vedere diverso. Lo sguardo spirituale. La Parola, quando scende in profondità, cambia lo sguardo prima ancora di cambiare le azioni. Antonella direbbe: trasforma l’essere prima del fare. Trasformazione, rinascita. Risveglio. Risveglio alla vita eterna.

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Consegnarsi alla Luce

“L’anima si vivifica quando in essa si risveglia il desiderio di luce che la spinge verso lo Spirito” .

“Partecipazione intensa a quanto ci attraversa per incanalarlo nella corrente della luce che purifica e sana”.

“La comunione dei santi è il corpo vivo formato da tutti coloro che, aprendosi a questo processo di santificazione attraverso il battesimo e nutrendosi del corpo di Cristo, cominciano a sviluppare santità e a formare corpo tra loro. Corpo vivo che cresce nel tempo vivificando nei fedeli il corpo della risurrezione. Nella luce dell’eterno che è nei cieli, ma anche sulla terra dove c’è nudità e verità, questo corpo risplende ed effonde l’amore che riceve” (p. 129).

“La risurrezione della carne inizia con il risveglio, quando si attiva il processo di purificazione della vita psichica e emozionale […] Per ognuno è dunque fondamentale che il corpo della risurrezione possa mettere radici durante la vita terrena, si possa espandere attraverso il lungo processo di purificazione che inizia nel tempo per continuare poi nell’eterno […] Tutto avviene nell’eterno presente, nel qui e ora in cui l’al di là è già al di qua e viceversa, l’al di qua è già al di là, nel corpo vivo di quel Regno che è il Regno dell’Amore”.

Ecco alcune bellissime citazioni dalle pubblicazioni di Antonella Memoria profonda e risveglio (2008) e Dalla comunità alla comunione.

Nel pensiero di Antonella, la vita spirituale prende avvio da un movimento interno che riguarda il cuore stesso dell’esperienza: il risveglio del desiderio dell’anima di tornare alla sorgente di luce e amore. L’anima si vivifica quando in essa si riaccende il desiderio di luce, una chiamata che orienta l’essere verso lo Spirito. Questo desiderio rende possibile un nuovo modo di attraversare la quotidianità, lo spazio-tempo in cui siamo immersi.

È in questo orizzonte che va compresa l’affermazione, centrale nel pensiero di Antonella, secondo cui non si tratta di fuggire il mondo, ma di patirlo. Dal mio punto di vista, il verbo “patire”, come usato da Antonella, non indica qui una passività subita, bensì una partecipazione intensa e consapevole a ciò che accade. Passione d’amore: un coinvolgimento profondo nella trama dell’esistenza, nelle sue ferite, nei suoi urti, nelle sue ambivalenze. La vita spirituale non chiede di neutralizzare ciò che ci attraversa, ma di accoglierlo e orientarlo, incanalandolo nella corrente della luce che purifica e sana. In questa prospettiva, nulla dell’umano è escluso dal processo di trasformazione.

Questo movimento di accoglienza e trasfigurazione non resta confinato alla dimensione individuale. Antonella lo inscrive in una visione fortemente relazionale, che trova espressione nella nozione di comunione dei santi: corpo vivo. È un corpo che cresce nel tempo, Dio in Dio, e che progressivamente vivifica nei fedeli il corpo della risurrezione. La comunione è un processo dinamico di unificazione, che si realizza nella storia e attraverso la storia.

Appare evidente come nel pensiero sviluppato da Antonella, anche la risurrezione della carne va sottratta a una lettura esclusivamente futuristica. La risurrezione inizia con il risveglio, quando prende avvio il lungo processo di purificazione della vita psichica ed emozionale. Tutto ciò che era morto in noi torna alla vita, vita rinnovata. Morte della morte. È fondamentale che il corpo della risurrezione possa mettere radici già durante la vita terrena, attraverso un cammino che attraversa il limite, la fragilità e la notte dell’io. La risurrezione non è un evento improvviso che annulla il tempo, ma una trasformazione che si avvia nel tempo e si compie nell’eterno.

Tutto questo accade nell’eterno presente, categoria decisiva nel pensiero di Antonella. Il qui e ora non è un frammento isolato tra passato e futuro, ma il luogo in cui l’al di là è già al di qua e l’al di qua è già di là. È nel tempo abitato, nel quotidiano vissuto con verità e nudità, che il Regno dell’Amore prende corpo. Si tratta di riconoscere che è proprio la vita ordinaria — con le sue ferite e le sue fedeltà nascoste — il luogo in cui l’eterno chiede di incarnarsi.

Antonella offre una visione profondamente incarnata della vita cristiana: una spiritualità che unifica, attraversa, e abita il tempo fino a renderlo trasparente in quanto attraversato dall’eterno. La santità non è evasione dal mondo, ma trasformazione del mondo a partire dall’interno, là dove l’umano, consegnato alla luce, diventa finalmente dimora dell’Amore. La vita spirituale si configura come un processo di trasformazione che coinvolge l’intera realtà umana e non come un’esperienza separata o alternativa rispetto alla vita ordinaria. Risveglio introduce una dinamica di apertura che rende l’anima capace di accoglienza e di relazione, sottraendola alla chiusura autoreferenziale. Il quotidiano non è un ostacolo, ma la condizione stessa, l’opportunità della trasformazione. La nudità e la verità dell’esperienza terrena diventano il luogo in cui il corpo della comunione risplende ed effonde l’amore che riceve.

Movimento di affidamento, luce che rivela, smaschera, attraversa. Esporsi alla luce comporta l’abbandono delle difese interiori, delle strategie di controllo e delle identificazioni che mantengono l’io in una posizione di dominio. È un atto che implica vulnerabilità, perché ciò che viene consegnato non è una parte idealizzata di sé, ma l’interezza dell’esperienza, compresa la sua opacità. Attraversare le ferite.

Il Regno Dei Cieli si rende visibile e operante solo là dove trova corpi disponibili, vite consegnate, soggetti capaci di lasciarsi attraversare dall’Amore. In questo senso, il Regno ci è consegnato, donato, affidato.

Affidarsi alla luce significa permettere che ciò che è frammentato venga ricondotto a unità, non attraverso uno sforzo di integrazione forzata, ma mediante un processo di purificazione che avviene nel tempo. La luce opera laddove l’io cessa di resistere. È nel quotidiano, nei suoi ritmi ripetitivi e nelle sue tensioni irrisolte, che la luce può essere accolta. Quindi disposizione che si rinnova: un sì pronunciato nel presente, che consente alla luce di abitare la storia personale e di orientarla dall’interno.

Nel pensiero di Antonella, la resa, l’affidamento coincide con un movimento di kenosi, intesa come svuotamento delle dinamiche egoiche che impediscono la trasformazione. La kenosi opera come apertura di spazio. Il velame viene rimosso, tutto torna in vita. Trasfigurazione. La kenosi apre alla possibilità di diventare dimora: luogo in cui l’eterno può prendere forma nel tempo, e il tempo stesso può essere riconosciuto come spazio di salvezza.

Dire che il Regno dei Cieli ha bisogno di noi non significa attribuire all’essere umano un potere autonomo, ma riconoscere la logica dell’incarnazione: l’Amore chiede ospitalità. Coloro che rispondono all’amore contribuiscono all’espansione dell’Amore. Il Regno dell’Amore ha bisogno di soggetti che accettino di incarnarlo. È nell’adesione concreta, nel quotidiano abitato, nella kenosi. In questo senso, il Regno avanza per incarnazione.L’adesione concreta dell’essere umano: la vita eterna è partecipata.

Il Regno dei Cieli, vita eterna, Regno dell’Amore ha bisogno di mani, di tempo, di corpi disponibili. Di costruttori di pace, di poveri in spirito, di cuori puri, trasparenti, miti.

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Santa Lucia: Essere Corpo di Luce

Oggi è Santa Lucia, santa della Luce. Il suo nome stesso custodisce una promessa: lux, la Luce che vede, che fa vedere, che attraversa. Santa Lucia, santa della visione interiore. La tradizione la lega agli occhi, allo sguardo, come se il suo martirio avesse a che fare prima di tutto con il vedere. Ma vedere, nel linguaggio spirituale, non significa semplicemente percepire: significa conoscere nella luce. È lo Spirito creatore che “dolcemente dischiude le menti”, illumina le coscienze, orientandole verso una prospettiva nuova. La luce non impone: apre. Nel linguaggio teologico e spirituale cristiano, la luce non è mai un semplice contrappunto al buio naturale: è manifestazione della vita divina che si comunica, si espande e trasforma la coscienza.

Antonella lo dice con parole essenziali e radicali: la luce avanza per propria potenza, sorge. Non è frutto di conquista, né di sforzo volontaristico. La luce non ha bisogno di essere difesa: la Luce è. Sorge. E nel suo sorgere mette in fuga le tenebre. È lo Spirito Santo che, irradiandosi, dissolve l’oscurità non con la violenza, ma con la verità. Le tenebre non resistono alla luce; è piuttosto lo spirito d’inganno che combatte, arroccandosi nella propria menzogna, scambiandola per verità.

Gesù Risorto — scrive Antonella — riprende un corpo, sì, ma un corpo di luce, trasfigurato. La resurrezione è l’apertura di un livello nuovo di realtà. Il muro della morte viene spalancato, l’involucro viene infranto. Passaggio.

Gesù, Uomo Nuovo, vive già questo stato durante tutta la sua vicenda terrena. Annuncia un modo diverso di attraversare lo spazio e il tempo, con la coscienza di appartenere all’infinito, all’eterno. La vita eterna non è un altrove futuro: è l’amore puro, la sostanza stessa da cui la vita continuamente fluisce, la forza segreta di coesione dell’intero universo.

La luce, in questa prospettiva, non è accessoria: è il linguaggio dell’amore che si manifesta.

Ma perché la luce si diffonda, è necessario il risveglio delle coscienze. Solo coscienze destate possono aprire canali di luce là dove imperano inganno e menzogna, dove l’oscurità di una falsa coscienza ingoia tutto nel buio.

Santa Lucia è testimone di questo coraggio. È una luce che espone, che chiede di entrare in campo e giocare il tutto per tutto. Per questo — oggi come allora — servono profeti: donne e uomini capaci di sgombrare la scena dalla miriade di voci che ottenebrano menti e anime. Non per aggiungere parole, ma per restituire silenzio e chiarezza, affinché la luce possa essere riconosciuta. La luce non è il risultato di una vittoria dell’uomo sulle tenebre, ma l’azione gratuita dello Spirito Santo che, irradiandosi, mette in fuga l’oscurità. Le tenebre non hanno consistenza propria; ciò che resiste alla luce è piuttosto lo spirito d’inganno, che si arrocca nella menzogna credendola verità. Il conflitto non è dunque cosmico, ma interiore: avviene nella coscienza.

Oggi, nel giorno di Santa Lucia, la luce non ci chiede di essere celebrata, ma accolta, ma vissuta. Perché quando la coscienza si lascia attraversare, la luce sorge.

Lo Spirito Santo è Spirito creatore. Dolcemente dischiude le menti, illumina le coscienze e le orienta verso una prospettiva nuova. In questa dinamica si rivela il carattere profondamente pasquale della luce: essa non elimina la notte dall’esterno, ma la attraversa dall’interno, generando comprensione, discernimento, verità.

La resurrezione di Gesù Cristo rappresenta il compimento di questa rivelazione. Il Risorto — secondo l’intuizione di Antonella — non ritorna semplicemente alla vita precedente, ma sfonda la caverna in avanti (Antonella fa spesso un paragone con il mito della caverna di Platone, evidenziando le differenze). La resurrezione di Gesù rompe il muro della morte e apre un nuovo livello dell’essere. Il corpo che Gesù riprende è un corpo trasfigurato, un corpo di luce: segno di una umanità già pienamente abitata dallo Spirito. In quanto Uomo Nuovo, Gesù vive fin dall’inizio nella coscienza della resurrezione. La sua esistenza storica è attraversata dalla consapevolezza di appartenere all’eterno. La vita eterna non è rinviata al futuro escatologico, ma si manifesta come amore puro, sostanza originaria da cui la vita continuamente fluisce e che tiene unito l’intero universo.

La salvezza come risveglio delle coscienze. Solo una coscienza destata può diventare canale di luce là dove regnano inganno, paura e falsa identità. Guardare nella verità richiede forza spirituale: è un atto di amore radicale per la vita.

Santa Lucia e il corpo mistico dei Santi: umanità risvegliata, risorta, fedeltà alla luce quando questa chiede di essere scelta contro la menzogna. Oggi, come allora, servono profeti capaci di sgombrare la scena dal rumore che oscura le menti e le anime, restituendo spazio alla verità che illumina e libera.

Siamo dunque chiamati a essere corpo di luce. Non spettatori della luce, né semplici destinatari, ma luogo in cui la luce prende forma, attraversa la storia, diventa visibile. Come il Cristo risorto, anche se in modo fragile e incompiuto, siamo chiamati a lasciarci trasfigurare, perché la vita eterna — che è l’amore — possa incarnarsi nel tempo.

Essere corpo di luce significa consentire allo Spirito di abitare la nostra umanità, di orientare pensieri, parole e gesti verso la verità. Non si tratta di una perfezione morale, ma di una disponibilità interiore: lasciare che la coscienza si apra, che la menzogna venga smascherata, che l’inganno perda presa. La luce si accoglie, e nell’accoglierla si diventa canali.

Siamo chiamati a essere canali di luce. Canali trasparenti. La luce passa e nel suo passaggio risveglia, orienta, ricompone.

Per questo siamo anche testimoni, di una vita nuova già all’opera. Testimoni di un modo diverso di attraversare la realtà, con la coscienza di appartenere all’eterno, di avere un compito come frammenti del tutto. La testimonianza è presenza.

Santa Lucia, santa della luce, ci consegna oggi questa chiamata essenziale: lasciarci illuminare per illuminare, lasciarci attraversare per diventare canale. Perché la luce avanza — e chiede corpi disponibili, coscienze destate, vite che sappiano dire con coraggio “Sì, eccomi”, perché la luce possa passare anche attraverso la mia fragilità. Assumere la postura dei santi: una vita consegnata, perché l’amore eterno entri nel tempo. È smettere di nascondersi dietro l’ombra. È offrire il proprio corpo, la propria storia, come luogo di passaggio. Fiducia, affidamento, apertura, disponibilità per permettere l’avanzare della luce.

Sì, eccomi. È la parola che attraversa la storia della salvezza come un filo di luce. L’eccomi che apre un varco nel tempo: la luce eterna entra nella carne. Vite attraversate dalla Luce.

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I Santi: Incarnazione del Regno

Oggi, 1 Novembre, giorno in cui celebriamo Tutti i Santi, Tutte le Sante.

Con le parole di Antonella: Regno trasversale fra cielo e Terra, comunione dei santi, corpo mistico, corpo dell’umanità risorta, corpo vivo di Cristo. Innumerevoli sono i santificati che hanno permesso al Regno di espandersi in maniera esponenziale. Manifestazioni viventi dell’amore divino, humus del Regno: terreno fertile in cui il Regno dei Cieli prende corpo. Il Regno è la comunione dei santi, un corpo vivente, il corpo dell’umanità risorta. La Luce dello Spirito in azione.

Divenire cittadini e cittadine del Regno significa partecipare qui e ora della comunione dei santi, vivere la resurrezione della carne. La morte fisica diviene
un passaggio di stato intrinseco alla vita, come l’acqua che diviene
vapore. Appartenere al Regno significa incarnare lo Spirito Sant
o” (L’eterno nel tempo, p. 151).

“I santi che sostengono la fiamma nei cuori che credono affinché non si spenga” (p. 156).

Accogliere lo Spirito Santo nelle proprie fragilità, trasformando la ferita in passaggio di luce. La santità ricevuta come grazia, nella resa. È trasparenza, disponibilità, dono di sé. Trasformazione, rinascita nello Spirito. Antonella descrive la santità come una via di spoliazione e trasparenza. Non è il frutto di pratiche esteriori, ma di un processo interiore in cui l’io cede il posto allo Spirito. L’ Io Sono, Coscienza Cristica. I Santi e le Sante non fuggono dal mondo, ma lo abitano in modo nuovo: l’amore divino si incarna nella vita quotidiana, nei gesti, nel lavoro, nelle relazioni. In questa incarnazione silenziosa il Regno diventa visibile.

La santità è quindi una via di abbandono all’amore, di dimora nello Spirito, di fiducia radicale. i Santi e le Sante sono esseri permeabili alla grazia.

Lascia che la luce divina entri nelle zone oscure e le trasformi.

Il corpo mistico dei Santi e delle Sante sono il corpo del Regno. Il Regno è una rete vivente, viva, relazioni trasfigurate. Ogni Santo e Santa partecipa a questo corpo di luce, dove l’amore divino circola come linfa. Rinfrangenze luminose.

Partecipare alla costruzione del Regno dei Cieli sulla terra: incarnare il divino nell’umano, l’invisibile nel visibile, l’eterno nel tempo.

La loro vita è una parabola del Regno che cresce nel cuore dell’umano.
“Nutrirsi d’amore per nutrire d’amore”, lasciando che il divino si incarni nella nostra quotidianità.

Testimoni del Regno, Custodi del Regno.

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Essere corpo di luce

In L’eterno nel tempo (Castelvecchi Editore, 2025) Antonella spiega che Il Regno dei cieli è la realtà in cui l’umanità si mostra capace di incarnare l’amore, rendendo visibile sulla Terra la stessa bellezza che governa i cieli.


L’homo spiritualis esprime un cristianesimo incarnato, che può manifestarsi solo attraverso la capacità di amare. Solo la testimonianza dell’amore rivela il Regno, il corpo mistico di Cristo, facendosi sacramento vivente.


Essere corpo di luce significa, innanzitutto, sviluppare la capacità di sintonizzarsi con le dimensioni sottili sempre presenti, attive e dinamiche, ma ancora velate alla coscienza non risvegliata. L’essenziale è farle emergere, portarle alla luce dell’essere.

Essere corpo di luce: accogliere l’amore e incarnarlo, senza più resistenze, appartenenza senza scarto. Le forze celesti hanno bisogno di ciascuno di noi per poter agire nel tempo, per incarnarsi e operare nel tempo. Attraverso l’essere umano lo Spirito può incarnarsi ed operare nello spazio-tempo. L’eterno nel tempo.

Bellissimo questa riflessione di Antonella anche in L’eterno nel tempo, p. 173.

Il Regno dei cieli è un mondo che ci cresce intorno e dal quale il nostro mondo è abbracciato e custodito, anzi portato, supportato, accompagnato. Il nostro mondo risplenderà in pienezza quando tutta la resistenza sarà consumata, sciolta, riportata verso la luce, assunta nella levità dell’eterno. Questa consumazione è il processo di redenzione stesso, intensa dinamica di guarigione. Opera salvifica sempre in atto, protesa verso ogni essere umano. Apre il buio della morte di chiunque si affidi, si lasci prendere, si lasci abbracciare dall’amore che ama. Inizia sulla Terra e continua dopo il trapasso con la purificazione di tutto il peso psichico che oscura l’immagine gloriosa che invece desidera entrare nella piena luce, nel suo proprio splendore. L’ultima resistenza è la morte stessa. La morte non vuole morire, per questo continua a produrre resistenza, ad attecchire con forza accanita. La morte è il punto estremo di questa forza di tenuta che vuol
resistere in se stessa”.

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