Dove abita il sacro? Non dove dovrebbe abitare, non dove ci è stato detto che abita. Dove abita, davvero, nell’esperienza di chi vive: chi cucina, chi fatica, chi accudisce la famiglia, chi va in ufficio ogni giorno, chi piange sul ciglio di un letto, chi si sveglia la mattina avvertendo il peso nudo dell’esistere.
La risposta che il pensiero di mistica incarnata sviluppato da Antonella Lumini offre è insieme semplicissima e rivoluzionaria: il sacro abita là dove tu sei. Non dove sei proiettato, non dove aspiri ad arrivare, non nel momento della preghiera formale o dell’estasi o del ritiro. Là dove sei, quindi nella tua carne, nella tua fatica, nei tuoi gesti ripetuti che sembrano non significare nulla e invece sono il tessuto del quotidiano che diventa liturgia.
Antonella ha evidenziato spesso come la tradizione occidentale abbia portato avanti l’idea di una mistica disincarnata. Esiste nell’immaginario spirituale comune un’immagine persistente: la scala. Si sale. Si lascia il basso, ci si purifica, ci si eleva. Il corpo è il peso che trattiene, la materia è il limite da trascendere, l’ordinario è il rumore di fondo contro cui la vera vita, quella spirituale, deve ritagliarsi uno spazio.
Questa immagine ha radici profonde. Viene in parte dal platonismo, filtrato attraverso secoli di teologia, e ha prodotto una spiritualità spesso bellissima, spesso autentica, e però anche strutturalmente in fuga. In fuga dal mondo, in fuga dal corpo, in fuga dal tempo. Il mistico classico è colui che esce — dalla caverna, dal sensibile, dal particolare — per approdare all’Uno, all’Eterno, all’Universale. Il problema non è che questa esperienza sia falsa. Il problema è che pretende di essere l’unica mappa del territorio, l’unica via. Una certa teologia che ha paura del corpo, lo rifiuta, lo considera un ostacolo.
Oggigiorno, essere cristiani significa diventare testimonianza.
L’immersione nel tempo aiuta a scoprire, dentro il tempo stesso, qualcosa che il tempo non può contenere. L’infinito si trova non al di sopra del finito, ma nel cuore del finito. L’eterno nel tempo. I cieli sono dentro la terra, ma la terra è così chiusa in sè stessa e appesantita che non si accorge di farne parte.
Partiamo da un fatto elementare, quasi banale, che però vale la pena di guardare con attenzione: noi siamo corpi. Non abbiamo corpi — come se il corpo fosse uno strumento che un’anima disincarnata porta a spasso — ma siamo corpi. Il nostro pensiero è neurologico, le nostre emozioni sono ormonali e muscolari, la nostra percezione del mondo è tattile, visiva, uditiva, olfattiva. Non esiste un’esperienza umana che non passi attraverso il corpo. Il dolore, la gioia, il conoscere, l’invecchiare. L’esperienza spirituale, pensiamo a come si sia incarnata ad esempio nei santi. A come si avverte subito cosa comunica un viso rilassato, occhi trasparenti, la dolcezza di un cuore nella voce, un sorriso sincero.
Questo che sembra un limite — la nostra irriducibile incarnazione — è in realtà la condizione di possibilità di ogni esperienza, inclusa quella mistica. Lo Spirito ci incontra qui, nella carne. Il corpo, allora, non è l’ostacolo alla grazia: è la sua via d’accesso privilegiata.
Resta una domanda: e i gesti ordinari? E la spesa, i piatti da lavare, la riunione di lavoro, il figlio che non vuole dormire, il treno in ritardo? La risposta della mistica incarnata è radicale: soprattutto quelli.
Il quotidiano non è il tempo che separa i momenti spirituali. È il luogo in cui la vita spirituale si verifica o non si verifica, si fa reale o rimane teoria. Una spiritualità che funziona soltanto in ritiro, soltanto in preghiera formale, soltanto nei momenti di elevazione emotiva, è una spiritualità fragile, quasi decorativa. Come una pianta che cresce bene in serra ma appassisce al primo vento.
Il cuore radicato è quello che tiene — che tiene nel traffico, che tiene nella stanchezza, che tiene quando qualcuno ci delude o quando siamo noi a deludere qualcuno. Che tiene non come rigidità, ma come radice. Appartenenza, radicamento, direzione, dice Antonella. Rimanete in Cristo, ci invita Giovanni.
Significa che la vita che già viviamo — con tutte le sue contraddizioni e la sua fatica — è il materiale della vita spirituale. Non c’è bisogno di andare altrove. Non c’è bisogno di essere diversi da quello che siamo.
C’è solo bisogno di essere presenti a quello che siamo. Di abitarlo con attenzione, con cura, con quella qualità di ascolto che cambia radicalmente la qualità di un’esperienza senza cambiarne il contenuto.
E quella differenza — quella qualità di presenza — è il confine tra il sacro e il profano, quando il confine esiste. Diventare strumento, canale, acconsentire all’opera dell’amore in tutto cio che facciamo, i gesti semplici, quotidiani, nelle nostre vite di ogni giorno. Quello che fa la differenza è l’intenzione del cuore, la predisposizione, come lo facciamo, non cosa facciamo, non ci vengono richiesti gesti eroici, o di uscire dalla nostra quotidianità. Nel mondo ma non del mondo.
Nutrirsi di amore per nutrire di amore: questa formula apparentemente circolare nasconde una verità profonda. Non si può dare ciò che non si riceve. Non si può amare se non si è amati. E la mistica afferma che esiste una sorgente di amore che non si esaurisce, che non dipende dalla reciprocità umana, che non ha bisogno di essere guadagnata. Una sorgente che è, per usare un linguaggio tradizionale, il fondamento stesso dell’essere.
Accedere a quella sorgente non significa uscire dalla vita ordinaria. Significa portare quella sorgente dentro la vita ordinaria, come una vena d’acqua che scorre sotto la città e che puoi trovare soltanto se scavi abbastanza in profondità
Entrare nella vita. Non uscirne. Non elevarsi al di sopra di essa. Entrarci.
C’è qualcosa di preciso in questa scelta lessicale. Suggerisce che di solito siamo fuori dalla vita — che la abitiamo dalla superficie, dall’epidermide, senza mai davvero penetrare nel suo cuore denso e vivo. Che viviamo le nostre giornate come turisti in un paese straniero: avvertiamo i colori, ascoltiamo i suoni, ma non comprendiamo la lingua, non siamo mai davvero a casa.
Entrare nella vita è un atto di coraggio. Significa smettere di rimandare la propria presenza. Significa accettare che questa vita — questa, non un’altra, non quella che avremmo potuto avere, non quella che speriamo di avere un giorno — è il luogo in cui si gioca tutto. Significa smettere di aspettare le condizioni migliori per cominciare a vivere davvero.
Significa scoprire che il sacro non è altrove. Che non è in cima a nessuna montagna, non è all’interno di nessun ritiro, non è nell’esperienza degli altri descritta nei libri. È qui, in questo respiro, in questo momento, in questo corpo che legge queste parole. Non è una scoperta facile. Non produce euforia. Non risolve i problemi pratici. Non elimina la fatica o il dolore o l’incertezza.
Ma cambia la qualità della presenza con cui si abita tutto questo. E quella qualità di presenza — quella capacità di essere davvero qui, aperti, ricettivi, vivi — è forse il nome più preciso che possiamo dare a ciò che le tradizioni mistiche hanno sempre chiamato ricevere la grazia. Uniformarsi all’amore, dice Antonella. Mistica incarnata. Abitare il tempo perché è l’opportunità che ci viene data. Diventare dimora. Questi limiti tempo, spazio, la materia: sono i mezzi cui realizzare la nostra chiamata.
La vita come il luogo dell’incontro. Il luogo in cui lo Spirito cerca carne in cui abitare — e la trova, ogni volta, esattamente dove siamo.