Il verbo greco μένω

Il verbo greco μένω (menō), che significa “rimanere, dimorare, abitare”, ha un’importanza fondamentale nel Vangelo di Giovanni. Questo verbo assume nel quarto vangelo una valenza spirituale e teologica particolarmente profonda.

In Giovanni, μένω appare ripetutamente in contesti che sottolineano l’unione e la comunione con Cristo. Un esempio significativo si trova in Giovanni 15:4-5: “Rimanete (μείνατε) in me e io in voi. Come il tralcio non può da sé portare frutto se non rimane (μένῃ) nella vite, così neppure voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane (μένων) in me e io in lui porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla“.

In questo bellissimo passaggio, il verbo μένω indica un legame intimo, vitale, dinamico tra il credente e Cristo. Giovanni utilizza questa immagine della vite e dei tralci per esprimere come il rimanere in Cristo, Amore e Luce, sia una condizione essenziale per la fecondità spirituale. Rimanere in quella presenza, che è fonte di vera Vita.

  • Giovanni 4:14 (alla Samaritana)

«Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente d’acqua che zampilla di vita eterna».

Acqua che non si esaurisce, la sete si trasforma in sorgente. Linfa che genera vita. Se rimaniamo in Te, la nostra vita diventa grappolo di luce, pane condiviso.

Giovanni 14:23: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà, e noi verremo a lui e prenderemo dimora (μονὴν) presso di lui“. Qui la radice del verbo μένω si manifesta attraverso il sostantivo μονή (monē), indicando la “dimora” stabile e permanente di Dio nell’anima di cui colui che risponde all’Amore e “custodisce (τηρέω, tēreō) la mia parola”.

La scelta di μένω da parte di Giovanni sottolinea così una dimensione relazionale e spirituale profonda. Relazione continua e costante, caratterizzata dall’intimità e dalla reciprocità tra Dio e l’uomo.

Negli altri vangeli, μένω appare con sfumature diverse ma comunque significative. Per esempio, in Luca 24:29 i discepoli di Emmaus chiedono a Gesù risorto: Resta (μείνον) con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino. I discepoli implorano la presenza interiore del Cristo, affinché la sua luce non li abbandoni nel momento in cui il sole tramonta. La sera, nel linguaggio biblico e contemplativo, è il tempo in cui le forze vitali si attenuano, la luce esteriore si ritira, e l’essere umano resta più vicino alla propria interiorità. “Si fa sera” rappresenta il limite della condizione umana: la fatica, la stanchezza, la percezione della morte. Ma anche il momento propizio della rivelazione: quando la luce esteriore cala, la luce interiore può emergere.

“Il giorno già volge al declino” indica un passaggio esistenziale: il tempo che fugge. Qui i discepoli si fanno voce di tutta l’umanità, che davanti alla caducità implora la Presenza che non tramonta. Il declino è soglia: in quel limite, Cristo si rivela nello spezzare il pane, cioè nella comunione che trasfigura la fine in inizio. È la preghiera della contemplazione quando la mente tace e resta solo il desiderio che l’Amore non si allontani. La vera rivelazione del Risorto non avviene nella luce abbagliante del mezzogiorno, ma nel crepuscolo. Il “resta con noi” è la voce dell’anima che, fragile davanti al limite, sente che solo l’Eterno può abitarla e trasfigurare la sera in aurora.

Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui.” (1Gv 3:24)

Rimanere nella Parola (Gv 15:7), rimanere nel suo amore (Gv 15:9). Tutto questo non per obbedire per dovere, ma per rimanere uniti all’amore stesso di Dio.

1 Giovanni 4: 6: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio“.

Essere figli di Dio: generato da Dio, che conosce Dio, ne fa esperienza, “chiunque ama”, chi risponde all’Amore e si confà a alla misura dell’ordine divino, chi agisce secondo la forza creatrice, chi agisce secondo lo Spirito, chi cammina come figlio della Luce.

Καὶ ἡμεῖς ἐγνώκαμεν καὶ πεπιστεύκαμεν τὴν ἀγάπην ἣν ἔχει ὁ θεὸς ἐν ἡμῖν. Ὁ θεὸς ἀγάπη ἐστίν, καὶ ὁ μένων ἐν τῇ ἀγάπῃ ἐν τῷ θεῷ μένει καὶ ὁ θεὸς ἐν αὐτῷ μένει.

1 Giovanni 4: 16: “E noi abbiamo conosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore, e chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui.”

“Rimanere in Dio” significa vivere costantemente nella sua presenza e nel suo amore. Rimanere come fedeltà alla verità.

In 1 Giovanni 2:24, μένω è usato per descrivere la permanenza dell’insegnamento cristiano: “Ciò che avete udito fin da principio rimanga in voi“.

Aderire alla verità della fede senza scarto. Rimanere come segno di autentica appartenenza.

1 Giovanni 3:24: “Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui“.

Quindi, abbiamo visto come bei discorsi giovannei Gesù si presenta come colui che dona l’acqua viva (Gv 4:14; Gv 7:37-38). L’acqua è simbolo primordiale della vita, ma qui acquista un senso nuovo: effusione dello Spirito Santo, capace di rigenerare l’uomo nella sua profondità. L’acqua che Cristo dona diventa sorgente interiore, cioè principio permanente di vita divina che zampilla di l’eternità.

Il discorso della vite (Gv 15:1-8) sviluppa lo stesso tema con un’altra immagine: il credente è come un tralcio unito al tronco. Il tralcio non può portare frutto da sé, se non rimane nella vite. Analogamente, l’essere umano non possiede la vita in sé, ma la riceve come linfa che scorre da Cristo. Rimanere in Lui significa essere nutriti dalla sua stessa vita, partecipare della comunione trinitaria.

Le due immagini – acqua viva e vite – convergono in un unico insegnamento: la vita autentica scaturisce solo dal “rimanere” in Cristo, Amore e Luce. Non basta un contatto episodico, né un attingere momentaneo; si tratta di una dimora reciproca, costante, rimanere in quella presenza. Così come l’acqua non resta stagnante, ma scorre, e la linfa non si ferma nel tronco, ma passa nei tralci, allo stesso modo la vita divina non si chiude in noi, ma ci attraversa per diventare dono, pane condiviso, amore che salva.

Il discepolo, allora, è chiamato a diventare canale: l’acqua viva ricevuta deve traboccare come fiume che irriga il deserto, la linfa deve maturare grappoli di frutti che nutrono la comunità. Solo così “siamo davvero vivi”: quando ci lasciamo trasformare in strumenti attraverso cui la Vita stessa di Dio si comunica al mondo.

Essere figli di Dio non è titolo o privilegio, ma nascita interiore: generati da Dio. Non per sangue, né per volontà umana, ma per dono dello Spirito che plasma dall’interno. Il figlio di Dio agisce secondo la forza creatrice: partecipa al dinamismo dello Spirito. Essere figli significa camminare nella Luce, fedeltà a una Presenza che abita dentro.

Dio abita nel cuore del credente come risposta all’amore.

L’amore è la porta della rivelazione: solo chi ama può comprendere e vedere Gesù. La fede è relazione viva. I comandamenti non sono imposizioni, ma espressioni di amore reciproco. Dio abita nel cuore di chi custodisce la parola, di chi accoglie l’amore: il credente diventa tempio vivente, luogo della presenza divina. La manifestazione è intima. Il mondo non può vedere perché cerca segni esteriori, non una trasformazione interiore.

Il “mondo” (κόσμος) non può vedere né conoscere questa manifestazione,
perché rifiuta di accogliere e custodire la parola.

Il criterio discriminante non è l’intelligenza, ma l’amore: chi ama, accoglie e vede; chi non ama, resta cieco e lontano. Dio abita permanentemente nel cuore di chi ama e custodisce la parola.

In Giovanni 14:21-24, Gesù rivela la dinamica della vita cristiana:

L’amore trasforma il discepolo in luogo di comunione con Dio. Chi non ama, si auto-esclude, non per punizione, ma perché rifiuta di aprire il cuore. Questi versetti mostrano il cuore del Vangelo di Giovanni: l’iniziativa divina che desidera abitare nell’uomo, realizzando la promessa di una relazione eterna e reciproca tra Dio e i suoi figli.

Il verbo tēreō significa letteralmente “custodire come un tesoro”, indica un atteggiamento interiore di fedeltà, come Maria che “custodiva nel cuore” le parole di Dio (Lc 2,19). Comandamento è vissuto come espressione d’amore.

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Tre verbi

Nel cuore della Prima Lettera, Giovanni insegna che chi ama, rimane in Dio; chi rimane in Dio, conosce Dio; e chi conosce Dio, ama. Trovo molto interessante questo dinamismo spirituale che intreccia tre verbi – rimanere, amare, conoscere – e fa di essi la struttura della vita cristiana autentica.

“Nessuno ha mai visto Dio; ma se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi” (1Gv 4,12). In queste parole si cela un mistero disarmante: l’invisibile si manifesta nell’amore vissuto.

Il verbo greco μένω (ménō), che significa “dimorare, restare, perseverare”, è uno dei preferiti dell’evangelista Giovanni. Indica un modo di essere. L’amore è una fedeltà.

Il secondo verbo, ἀγαπάω (agapáō), non indica un amore possessivo o emotivo, ma l’amore che si fa dono. È lo stesso verbo usato per dire che “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio” (Gv 3,16). L’amore cristiano è partecipazione a questo movimento divino: Dio si dona, e noi diventiamo figli nel momento in cui partecipiamo a questo dono. L’amore che salva non è quello delle parole, ma quello che si traduce in gesti concreti (1Gv 3,17). Se chiudi il cuore, l’amore di Dio non è in te. Non perché Dio se ne va, ma perché sei tu che ti allontani, non accogli, non rispondi all’amore.

Il terzo verbo, γινώσκω (ginṓskō), in Giovanni ha un significato molto speciale: la conoscenza di Dio è possibile solo attraverso l’amore. Si conosce Dio facendone esperienza e amando come Lui ama.

“Chi non ama, non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1Gv 4,8)

In questa frase tutto si ribalta: la verità non è qualcosa che si possiede, ma qualcosa che si diventa. E si diventa veri quando si ama, perché in quel momento si fa esperienza di Dio stesso. Simone Weil parlava della “discesa dell’eterno nel tempo”: ogni atto d’amore reale è una irruzione dell’eterno nella nostra esistenza quotidiana. Antonella usa spesso l’espressione: l’invisibile nel visibile, l’infinito nel finito, l’eterno nel tempo, il tutto nel frammento. La mistica cristiana è una mistica incarnata, come sottolinea Antonella, perché il cristianesimo è l’incarnazione del divino nell’umano. Conoscere Dio significa lasciarsi permeare dalla sua luce e dal suo amore. Non si può amare Dio senza prima fare esperienza del suo amore.


“Solo chi si lascia amare, a sua volta può amare” (Antonella Lumini, Dio è Madre, p. 23).

L’insegnamento di Antonella è un invito a consegnarsi totalmente all’azione vivificante dello Spirito Santo. È un’esperienza di resa profonda, un lasciarsi amare, guardare, raggiungere, che apre le porte a una trasformazione interiore radicale. Accogliere lo Spirito significa permettergli di penetrare nelle profondità più intime del nostro essere, là dove siamo più vulnerabili ma anche più aperti alla grazia. È proprio in questo spazio di fiducia e apertura che lo Spirito opera, rinnovandoci a immagine dell’Amore divino. Siamo chiamati a diventare strumenti della sua opera, incarnando la forza dell’amore, cedendo ad essa senza più resistenze dell’io. Quando le barriere cadono e le difese si dissolvono, diventiamo ascolto puro, canale libero e ricettivo attraverso cui la luce dello Spirito può fluire e manifestarsi nel mondo.

Possiamo allora tracciare un percorso interiore in questa prima lettera di Giovanni attraverso l’uso di questi 3 verbi:

Rimanere è la condizione: senza radici, l’albero non può vivere.

Amare è il cammino: non si rimane in Dio se non si ama concretamente.

Conoscere è il frutto: chi ama veramente, conosce Dio, ne fa esperienza.

La fede è un luogo da abitare. E questo luogo è l’amore. Un amore che accoglie, che dona, che resta, anche nella notte.

“Dio è amore. Chi rimane nell’amore, rimane in Dio e Dio in lui” (1Gv 4,16)

In queste parole, Giovanni ci consegna una via semplice e radicale: incarnare Dio, Amore e Luce, con la vita, diventarne manifestazione, canale, strumento.

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Amore e Luce

L’Amore come luogo della Vita e della Verità. La Prima Lettera di Giovanni è un testo che brucia. Ogni parola vibra dell’urgenza di una rivelazione ontologica: l’essere cristiano coincide con l’essere nell’amore, e l’essere nell’amore coincide con l’essere in Dio. Non si tratta di una metafora, ma di una verità esistenziale. “Chi non ama rimane nella morte” (1Gv 3,14): la separazione dall’amore è separazione dalla vita, è rimanere nello stato di non-vita, che Giovanni chiama “morte”. Morte spirituale, come spiega spesso Antonella.

Il testo non lascia scampo a compromessi: l’amore è l’unico criterio per discernere la verità dalla menzogna, la vita dalla morte, Dio dal nulla. Non basta dire parole buone, non basta “amare a parole né con la lingua” (1Gv 3,18). L’amore si misura nella concretezza (v. 17). La chiusura del cuore è l’antitesi dell’amore e della luce, e dunque è l’antitesi della presenza di Dio in noi.

Il punto culminante di questo discorso è il versetto 16: “In questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli”. L’amore cristiano è sempre risposta ad un amore che ci ha preceduti. È imitazione, ma anche partecipazione: Cristo dona la sua vita, e chi rimane in Lui è chiamato a fare lo stesso. Il cuore di questa teologia si trova più avanti, nel celebre versetto: “Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” (1Gv 4,16). Qui Giovanni non parla di Dio “come se” fosse amore, ma afferma che l’essenza stessa di Dio è l’agape. È un’affermazione radicale, che dà una svolta alla storia del pensiero religioso: non siamo davanti a un Dio-giudice, né a un Dio-potenza, ma a un Dio-relazione, un Dio che si dona e che vuole essere riconosciuto e vissuto solo nell’amore reciproco.

Questa verità ha anche una dimensione epistemologica: “Da questo distinguiamo lo spirito della verità e lo spirito dell’errore” (1Gv 4,6). La verità non è anzitutto un’idea, ma una qualità del vivere. Dove c’è amore, c’è verità. Dove manca l’amore, anche le parole più teologiche diventano vuote, e ci si muove nello spirito dell’errore.

C’è poi un’affermazione finale che illumina tutta la visione giovannea: “Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi” (1Gv 4,12). L’invisibile si fa visibile nell’amore. Dio non si vede, ma si manifesta, attraverso coloro che rispondono al suo amore e lo incarnano. ne diventano canali, manifestazione. Il suo volto prende carne nella relazione autentica, disinteressata, fraterna.

Tutto questo trova il suo fondamento in un’altra immagine potente: “Dio è luce e in lui non c’è alcuna tenebra” (1Gv 1,5). Se Dio è luce, chi ama cammina nella luce (vedi mio articolo sul verbo “camminare” in Giovanni”). Chi odia, chi vive chiuso nel proprio egoismo, cammina nelle tenebre, nella morte. Per Giovanni non ci sono ambiguità: la luce e l’amore sono inseparabili, così come la verità e la vita.

Solo in questo amore si rimane in Dio. E solo chi rimane in Dio è vivo davvero. Incarniamo Dio nell’Amore: l’invisibile che si fa presenza.

“Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi” (1Gv 4,12). In queste parole si cela una delle verità più luminose e scandalose del Nuovo Testamento: l’invisibile si rende presente attraverso l’amore vissuto.

La Bibbia è piena di scene in cui l’uomo desidera vedere Dio. Mosè lo chiede sul Sinai, Elia lo attende nel silenzio del monte, i discepoli lo cercano nel volto di Gesù. Eppure Giovanni, con estrema chiarezza, afferma: “Nessuno ha mai visto Dio”. Ma subito dopo aggiunge qualcosa di sconcertante: se ci amiamo, Dio rimane in noi. Non ci viene detto che “ci avviciniamo a Dio” o che “assomigliamo a Dio”, ma che Dio stesso rimane in noi. L’amore vero, dunque, non è solo una somiglianza con Dio: è la sua presenza.

Questa è la logica dell’incarnazione che si prolunga nella vita dei credenti: Dio si è fatto carne in Cristo, e continua a farsi carne nella relazione d’amore tra gli uomini. L’amore reciproco diventa il sacramento invisibile della presenza divina: Dio, che nessuno ha mai visto, si rende visibile nella tenerezza, nella cura, nella fedeltà, nella compassione vissuta tra persone reali.

Giovanni arriva a dire: “Dio è amore” (1Gv 4,16). Non dice semplicemente che Dio “ama”, o che “è capace di amore”, ma che il suo essere coincide con l’amore. Di conseguenza, rimanere nell’amore non è una scelta tra le altre, ma è la via unica per rimanere in Dio. E ancora di più: Dio rimane in chi ama. C’è una reciprocità che sfida ogni religiosità rituale. Non si tratta di osservare un codice o di credere a un dogma, ma di vivere una qualità di relazione che diventa la sede stessa della presenza divina.

Questo ha implicazioni radicali: l’amore autentico è il volto concreto di Dio nel mondo. Ogni atto di amore disinteressato, gratuito, paziente, è una sorta di “epifania” del divino. Quando amiamo, Dio non è altrove: è lì, è in mezzo a noi, dentro di noi. E in questo senso si può dire che incarniamo Dio, non per sostituirlo o possederlo, ma per lasciarlo trasparire attraverso la nostra umanità.

Ma c’è anche un’esigenza: “rimanere nell’amore”. Chi rimane nell’amore, rimane in Dio. Il criterio è chiaro: non le parole, non le intenzioni, ma il dimorare.

Ecco allora il senso pieno della frase: nessuno ha mai visto Dio, ma se amiamo, lo rendiamo presente. Non lo vediamo con gli occhi, ma lo riconosciamo nell’amore che trasforma il nostro modo di vivere. In questo amore Dio si manifesta e si compie in noi. Incarniamo Dio ogni volta che ci doniamo, che accogliamo, che perdoniamo. In quel momento, l’invisibile si fa visibile, il divino si fa carne, e la luce brilla anche nelle tenebre. Come spiega Antonella, solo chi si apre per ricevere questo Amore può diventarne manifestazione, incarnarlo e contribuire a costruire il Regno dei Cieli, dentro di noi e intorno a noi.

Nel linguaggio dell’apostolo Giovanni, vivere da cristiani non è seguire regole, ma entrare, “rimanere” in una relazione viva con Dio.

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“Vita eterna” in Giovanni

Nel Vangelo di Giovanni, la “vita eterna” (ζωή, sostantivo femminile, e αἰώνιος aggettivo concordato, quindi l’espressione usata da Giovanni per “vita eterna” è ζωή αἰώνιος, zōē aiōnios) è presentata come una realtà attuale, un dono immediato accessibile attraverso la fede in Gesù Cristo. Giovanni utilizza il presente indicativo per sottolineare questa dimensione già operante della vita eterna, ponendo l’accento sulla partecipazione presente alla realtà divina nel qui e ora.

Vediamo ad esempio tre passi significativi nel Vangelo di Giovanni dove il tempo verbale usato in relazione alla vita eterna è il presente indicativo.

  • Giovanni 3,36: ὁ πιστεύων εἰς τὸν υἱὸν ἔχει ζωὴν αἰώνιον

“Chi crede nel Figlio ha la vita eterna”

Ὁ πιστεύων (ho pisteuōn): participio presente attivo con funzione sostantivata, indica una condizione continuativa del credere, “chi crede”. Da notare che Giovanni non dice “colui che ha fede” (che sarebbe ὁ ἔχων πίστιν). Non si tratta di un’azione puntuale o conclusa, ma di uno stato continuo, una disposizione interiore. È un modo di essere. Questo indica che Giovanni non intende la fede come possesso statico, ma come relazione viva, atto d’amore e di affidamento continuo al Figlio. Relazione viva e presente, che coinvolge l’intero essere. Quindi suggerisce quello che definirei un “un dimorare nel credere“. La scelta del presente indicativo ἔχει (echei) rivela che Giovanni considera la vita eterna (zōēn aiōnion) come un’esperienza presente che coincide con la relazione personale e continua con Cristo. Credere implica un’attuale partecipazione alla vita divina già presente nel cuore umano. È la vita insufflata, come dice Antonella, soffiata nel profondo del nostro essere:

  • Giovanni 5,24: Ὁ τὸν λόγον μου ἀκούων καὶ πιστεύων τῷ πέμψαντί με ἔχει ζωὴν αἰώνιον

“Chi ascolta la mia parola e crede in colui che mi ha mandato ha la vita eterna”

ἀκούων (akoúōn, “chi ascolta”) e πιστεύων (pisteúōn, “chi crede”): participi presenti, sottolineano azioni simultanee e durature, l’ascolto e il credere come condizioni attive e continue.

ἔχει (échei): “ha”, ancora indicativo presente, ribadendo il possesso attuale della vita eterna.

Qui la vita eterna (zōēn aiōnion) è associata non solo alla fede ma anche all’ascolto della parola di Gesù. L’evangelista mostra che la vita eterna deriva dall’accoglienza continua e personale della Parola, sottolineando la dimensione relazionale e dialogica del dono divino. L’uso del presente indica un’esperienza immediata e concreta, radicata nella quotidianità della fede vissuta.

  • Giovanni 6,47: ἀμὴν ἀμὴν λέγω ὑμῖν, ὁ πιστεύων ἔχει ζωὴν αἰώνιον

“In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna”

ὁ πιστεύων (ho pisteuōn): participio presente sostantivato, azione continuativa della fede, “chi crede”

ἔχει (échei): presente indicativo, “ha”

L’evangelista conferma che la fede stessa, vissuta nel presente, costituisce l’accesso immediato alla vita eterna. Realtà presente e già operante, che trasforma la vita nello spazio e nel tempo, nel qui e ora, di colui che crede.

Giovanni, attraverso l’uso del tempo presente indicativo (ἔχει), presenta la vita eterna come una dimensione esistenziale già presente. La fede è quindi esperienza reale e continua della comunione con Dio. L’insistenza giovannea sul presente indica una concezione profondamente esperienziale e mistica della fede: l’eternità è già nel tempo, trasformando radicalmente l’oggi del credente. Tale concezione supera le divisioni tra presente e futuro, offrendo una prospettiva sulla vita cristiana come vita già eternamente vissuta in Cristo. Seme del Regno. Il pensiero di Antonella si pone lungo questa scia. Nel cuore umano, quando reso dimora, si accende allora una vita che non muore, perché radicata nel Logos, nel Figlio, nella comunione silenziosa con Dio.

Questa vita, che Giovanni chiama ζωὴ αἰώνιος, è eterna in origine: sgorga da Dio, è partecipazione alla sua stessa natura, luce venuta nel mondo che, se accolta, genera. Figli nel Figlio, generati dalla Parola accolta.

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Il “camminare” di Giovanni

Qui vorrei soffermarmi su un bellissimo verbo usato da Giovanni: il verbo greco περιπατέω (peripateō), letteralmente “camminare”.

Si tratta di un verbo certamente molto utilizzato nel greco classico, si pensi che la Scuola Peripatetica era la scuola filosofica fondata da Aristotele: il nome deriva dal fatto che Aristotele insegnava passeggiando nei giardini del Liceo di Atene. Nel Greco del Nuovo Testamento viene ad assumere anche un significato figurato, oltre che a mantenere quello letterale.

1. Uso letterale: lo troviamo ad esempio in Giovanni 5:8: “Gesù gli disse: ‘Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina (περιπάτει)’”.

Giovanni 6:19: “Avendo remato circa venticinque o trenta stadi, videro Gesù che camminava (περιπατοῦντα) sul mare”.

2. Uso figurato: περιπατέω viene a indicare uno stato di vita.

Giovanni scrive περιπατῶμεν κατὰ τὰς ἐντολὰς αὐτοῦ (“camminiamo secondo i suoi comandamenti”): il verbo suggerisce un’azione continua e intenzionale, non un singolo atto, ma uno stile di vita, un modo dell’essere intero. In sintesi, περιπατέω in questo contesto esprime il vivere attivamente in conformità, “conformarsi alla misura, all’ordine divino”, per usare espressioni care ad Antonella.

Vediamo l’uso di questo verbo sia in Giovanni che in Paolo:

Giovanni 1:6: “Questo è l’amore: che camminiamo (περιπατῶμεν) secondo i suoi comandamenti”.

1 Giovanni 1:7: “Ma se camminiamo (περιπατῶμεν) nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri…”

Colossesi 2:6: “Come dunque avete ricevuto Cristo Gesù, il Signore, camminate (περιπατεῖτε) in lui.”

Efesini 5:2: “Camminate (περιπατεῖτε) nell’amore, come anche Cristo vi ha amati…”

Efesini 5:8, l’edizione CEI traduce come: “Un tempo infatti eravate tenebre, ma ora siete luce nel Signore. Comportatevi (περιπατεῖτε) come figli di luce”.

Non condivido questa scelta di traduzione, poiché ‘comportatevi’ ha una connotazione morale che dubito fosse nelle intenzioni di Paolo. Il verbo originale è περιπατέω, quindi sarebbe più appropriato tradurre con ‘camminate’ come figli di luce, o anche ‘operate’, ‘agite’ o ‘muovetevi’ come figli di luce.

Galati 5:16: “Camminate (περιπατεῖτε) secondo lo Spirito”.

2 Corinzi 5:7: “Poiché camminiamo (περιπατοῦμεν) per fede e non per visione”.

διὰ πίστεως γὰρ περιπατοῦμεν, οὐ διὰ εἴδους

La versione CEI traduce εἶδος come ‘visione’; la Vulgata latina riporta species, ‘apparenza’. Vorrei offrire uno spunto di riflessione, cogliendo una sfumatura teologica ed esistenziale. La traduzione CEI rendendo εἶδος con “visione” rischia di appiattire quel contrasto che Paolo costruisce tra il mondo visibile/sensoriale e la dimensione invisibile della fede.

Qui εἶδος non indica semplicemente ciò che si vede, ma rimanda a ciò che è ‘visibile’, ‘apparente’, e dunque ‘certo’ secondo i parametri del mondo sensibile. Paolo sta costruendo un forte contrasto tra il mistero della fede e il mondo delle certezze sensoriali. Non si tratta semplicemente di un vedere o non vedere, ma di una tensione tra due modi di esistere: uno basato sull’apparenza, sull’evidenza tangibile (εἶδος), e l’altro sulla fede, che procede anche dove l’occhio non arriva.

Per questo motivo, tradurrei: “Camminiamo per fede e non secondo le certezze di ciò che è visibile”.

Una resa di questo tipo restituisce meglio l’intento paolino: la vita del credente è orientata non dalle evidenze del mondo sensibile, ma dalla fiducia in una realtà più profonda, invisibile, eppure vera.

Altro punto da sottolineare è che il verbo περιπατέω è profondamente intrecciato con diversi temi biblici chiave:

-Camminare nella Luce: il tema del camminare nella luce è prominente nel Nuovo Testamento. Significa vivere nella verità e nella comunione con Dio. In Giovanni 8:12, Gesù dice: “Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà (περιπατήσει) nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”. Questo uso metaforico di περιπατέω enfatizza il contrasto tra vivere nel peccato (tenebre) e vivere nella verità (luce).

-Crescita spirituale e maturità: Paolo usa spesso περιπατέω per descrivere il processo di crescita spirituale e maturità. Questo tema sottolinea l’importanza dello sviluppo spirituale continuo guidati dallo Spirito Santo.

-Condotta etica e vita morale: condurre, agire secondo uno stile di vita che rifletta la propria fede.

-Comunione e comunità: camminare insieme in comunione e comunità è un altro tema importante. In 1 Giovanni 1:7, è scritto: “Ma se camminiamo (περιπατῶμεν) nella luce, come Egli è nella luce, abbiamo comunione gli uni con gli altri”. Il corpo dei credenti, senso di unità e scopo condiviso.

Appare evidente allora che il verbo περιπατέω è un potente metafora nel Nuovo Testamento. Esso racchiude l’essenza del cammino cristiano, sottolineando sia l’atto fisico del camminare sia le dimensioni spirituali del vivere una vita “in conformità con l’ordine divino”, come sottolinea Antonella. Attraverso l’uso di questo verbo, Giovanni e Paolo invitano i credenti a una ricerca continua e attiva, guidati dalla luce di Cristo e dallo Spirito Santo. Questo uso sottolinea la dimensione attiva e continua del vivere cristiano. Esperienza viva, relazione.

Amore fecondo, che produce frutti nelle relazioni umane, canale attraverso cui l’amore divino si diffonde e trasforma le relazioni umane.

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Verbo incarnato

Nel pensiero di Antonella, lo Spirito di Dio si manifesta come motore profondo dell’azione di liberazione e rigenerazione, una presenza viva che opera incessantemente nel cuore della creazione. L’incarnazione del Verbo rappresenta il punto culminante in cui la potenza generativa divina si innesta pienamente nella natura umana, senza più separazione o distanza. Questa unione libera, perché scioglie le catene degli automatismi distruttivi e riattiva le forze creatrici là dove prima regnava l’inerzia della morte.

Una volta effuso da Gesù, lo Spirito intensifica la sua azione dall’interno stesso della natura umana, agendo come forza trasformante e risanante. Nel dono del suo Spirito, Gesù – vero uomo e vero Dio – apre una breccia nell’oscurità e nella morte, lasciando che la luce inizi a fluire, penetrando ciò che sembrava inaccessibile.

Il Vangelo di Giovanni, fin dal suo Prologo, ci introduce in questa dinamica salvifica: una visione mistica in cui la deformazione del mondo è letta come chiamata a una profonda trasformazione interiore, a un’evoluzione spirituale.

Le tenebre che si oppongono alla luce non sono esterne, ma radicate nell’intimo dell’essere umano: sono lo “spirito del mondo”, le energie dell’”anticristo”, che ostacolano la fioritura dell’Io Sono – il nome stesso di Dio, che Gesù assume in sé come rivelazione del vero io transpersonale.

Il continuo traboccare dell’io psichico, centrato sul proprio interesse, ostacola il cammino di maturazione verso l’Io pienamente consapevole. Il bene autentico non può contraddire l’armonia dell’universo: chiede che l’io cresca insieme alla coscienza, in verità e libertà. Proprio in questo scarto – oscuro, faticoso, ma colmo di possibilità – risiede l’origine di ogni male: una privazione del bene, una mancanza che non condanna, ma invita. Invita alla crescita, alla maturazione, alla responsabilità.

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Lessico di “peccato” e la metafora del velo

Antonella spesso sottolinea come, nelle Scritture, l’idea di peccato non avesse una connotazione morale, ma fosse piuttosto legata a un concetto di distanza o separazione da Dio. La connotazione morale che oggi associamo al peccato si è sviluppata successivamente, nel corso del tempo, attraverso l’elaborazione teologica e culturale. Questo sviluppo storico ha trasformato il significato originario, portando a una comprensione più normativa e moralistica, distante dalla prospettiva iniziale più esistenziale e spirituale. Antonella invita a riflettere su queste trasformazioni, riscoprendo il senso profondo del peccato come una condizione dell’essere umano che richiede riconciliazione e ritorno a Dio, piuttosto che una semplice infrazione morale.

A p. 2 di Memoria profonda e risveglio, Antonella afferma “Peccato ha un valore essenziale nella Bibbia, non morale” ed evidenzia che in ebraico antico la parola che denota “peccato” è chatta’t, che  deriva dalla radice חטא, appartenente all’area semantica del lessico di caccia e di guerra con il significato di “fallire il bersaglio”. Questo termine originariamente descriveva l’atto di sbagliare mira con la conseguenza di non colpire il nemico in battaglia, mettendo così in pericolo la propria vita. Nel contesto biblico, questa immagine di fallimento del bersaglio viene applicata all’ambito spirituale. Attenendoci alla semantica del verbo, commettere un peccato equivale a deviare dal cammino e non centrare il proposito di Dio per la propria vita, quindi mettere in pericolo la propria vita (spirituale). Non si tratta di una trasgressione giuridica o di una violazione di una regola, ma di uno scostamento rispetto al fine ultimo: vivere secondo l’ordine divino. L’idea di peccato come deviazione, fallimento di un obiettivo suggerisce che il “peccato” è una rottura di relazione con Dio e con il prossimo. Il peccato è visto come qualcosa che allontana dalla piena realizzazione dell’ essere umano all’interno del disegno divino.

Passiamo adesso alla lingua greca, quindi al Vangelo di Giovanni in greco. Il termine greco utilizzato nel Vangelo di Giovanni per peccato è ἁμαρτάνω (amartanō), che letteralmente significa “sbagliare, deviare”, dunque una semantica simile alla controparte ebraica. In Giovanni, ἁμαρτάνω, e i termini correlati come ἁμαρτία (amartia), assumono un significato teologico più profondo. Il peccato, ἁμαρτία, è una condizione di separazione da Dio, deviazione, errore che crea separazione, un allontanamento dalla verità, ma che non nega l’opportunità di correzione e redenzione.

Nel Vangelo di Giovanni, questa frattura è attribuita all’inganno generato dall’io psichico, sia individuale che collettivo, e all’oscurità e falsità insite nelle dinamiche distorte e corrotte del mondo, in opposizione all’ordine armonico della creazione divina. Nei suoi scritti, Antonella analizza frequentemente il concetto di “inganno” nel Vangelo di Giovanni, collegandolo alle dinamiche egoistiche e utilitaristiche del mondo, in netta opposizione all’ordine della creazione divina. L’illusione dell’ego, sia individuale che collettivo, di possedere il controllo e di essere autonomo si rivela una delle radici profonde di questa separazione. Nel Vangelo di Giovanni, l’”inganno” generato dalle dinamiche umane del “mondo” viene evocato attraverso una ricca varietà di termini e immagini, che illustrano il contrasto profondo tra la luce della verità divina e l’oscurità delle false certezze e illusioni terrene.

Il termine più frequentemente utilizzato da Giovanni per menzogna, falsità è Ψεῦδος (pseudos), spesso messo in contrapposizione alla verità: ἀλήθεια (aletheia) – ‘verità’, che è opposta all’inganno e alla menzogna.

Giovanni 8, 32:

καὶ γνώσεσθε τὴν ἀλήθειαν, καὶ ἡ ἀλήθεια ἐλευθερώσει ὑμᾶς

‘Conoscerete la verità (ἀλήθεια), e la verità vi farà liberi’

In questo passaggio, la verità è vista come liberatrice, quindi in netto contrasto con la schiavitù della menzogna e dell’inganno del mondo e delle dinamiche dell’ego. Vorrei soffermarmi un momento sul verbo γινώσκω (ginōskō), ‘conoscere’, come ci spiega Antonella, non indica solo una conoscenza intellettuale, ma un’esperienza profonda e trasformativa. ‘Si conosce Dio incarnandolo’, dice Antonella. In Giovanni, il conoscere implica una relazione personale con Dio, vedi Giovanni 17, 3:

αὕτη δέ ἐστιν ἡ αἰώνιος ζωή, ἵνα γινώσκωσιν σὲ τὸν μόνον ἀληθινὸν θεὸν

‘Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio’

Nel pensiero ebraico, conoscere la verità non è solo un atto intellettuale ma un coinvolgimento esistenziale che porta alla trasformazione. Conoscenza che trasforma. Dunque verità rivelata e liberazione spirituale, cambiamento interiore: solo attraverso la verità che è in Cristo si può essere veramente liberi.

Altro spunto di riflessione viene dal verbo ἐλευθερόω (eleutheroō), ‘liberare, rendere liberi, affrancare’. Questo verbo indica la liberazione da una condizione di schiavitù od oppressione.  Dunque libertà spirituale: libertà dal peccato, vedi Giovanni 8:34: ‘Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato’, concetto chiave anche nelle lettere di Paolo (Galati 5:1: ‘Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi’).

Antonella enfatizza che la verità è l’amore, un amore che libera, amore liberante. La salvezza è l’amore salvifico, una forza trasformativa capace di guarire e sanare. L’amore è punto di partenza e punto di arrivo.

Il futuro dei verbi in ‘conoscerete’ (γνώσεσθε) e vi ‘farà liberi’ (ἐλευθερώσει)  qui non indica un evento che avverrà in un tempo lontano, ma una conseguenza naturale e certa di un’azione presente. La conoscenza della verità (γνώσεσθε τὴν ἀλήθειαν) non è un atto immediato, ma un processo graduale di trasformazione, fioritura, che porta a un risultato futuro: la libertà spirituale (ἡ ἀλήθεια ἐλευθερώσει ὑμᾶς). È un po’ come dire: ‘Se iniziate a conoscere la verità, inevitabilmente sarete liberati’, quindi l’enfasi è sulla certezza del risultato.

Quindi la scelta di Giovanni per il tempo futuro dei verbi si deve leggere in quest’ottica, come un’azione in corso con effetti futuri: Gesù sta dicendo che nel momento in cui si inizia a seguire la sua Parola (Giovanni 8,31), la conoscenza della verità crescerà nel tempo, portando alla libertà. La salvezza è un processo di trasformazione  e liberazione.

Giovanni 14,17: ‘Lo Spirito della verità (τὸ πνεῦμα τῆς ἀληθείας) che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce’.

Non lo riceve: non lo riceve perché non lo vede, quindi ricevere lo Spirito della verità implica vederlo e conoscerlo, come? Aprendosi, lasciandosi attraversare, facendosi raggiungere, facendone esperienza, incarnandolo, come insegna Antonella.

Non lo vede e non lo conosce: non lo vede e siccome non lo vede non lo conosce (i.e., non ne fa esperienza, anche qui il verbo è ginōskō). Muovendoci all’interno del pensiero di Antonella, chiediamoci cosa vuol dire quel non lo vede? Non lo vede perché c’ è un velo, quindi si tratta di un’incapacità, una barriera oscura la visione, ‘un muro che separa’ per usare un’espressione di Antonella quando parla di spazio-tempo e vita eterna, come soglie che richiedono un cambiamento di prospettiva.

Per Giovanni, l’inganno del mondo è una condizione spirituale che si manifesta nell’incapacità di riconoscere la luce e l’amore di Cristo e di aderire alla verità divina.

Giovanni 14,6 Ἐγώ εἰμι ἡ ὁδός καὶ ἡ ἀλήθεια καὶ ἡ ζωή

 ‘Io sono la via (ὁδός), la verità (ἀλήθεια) e la vita (ζωή)’.

Ἐγώ εἰμι (“Io sono”) è una formula fondamentale nel Vangelo di Giovanni, che richiama il nome di Dio rivelato nell’Antico Testamento: ‘Io sono colui che sono’ (Esodo 3,14). L’articolo determinativo ἡ, presente in Giovanni 14,6 Ἐγώ εἰμι ἡ ὁδός καὶ ἡ ἀλήθεια καὶ ἡ ζωή), sottolinea che Gesù non è una via, verità e vita, ma la via, verità e vita. In questo sito ho riportato i passi del Vangelo di Giovanni in cui ‘Io sono’ appare sia con un predicativo (es. ‘Io sono il pane della vita’) sia in forma assoluta (es. ‘Io sono’)

Antonella invita spesso a porre l’attenzione alle dinamiche interiori di resistenza, rifiuto, rimozione e inconsapevolezza del “retroscena”, che si manifestano come una forma di cecità spirituale. Il percorso di trasformazione interiore passa attraverso la rimozione di questo ‘velo’, un processo che richiede apertura, umiltà e coraggio. Questo velo ci separa da Dio e dalla nostra vera natura, rappresentando una condizione di oblio. Antonella utilizza il termine ‘velo’ nel suo libro Dio è Madre, p. 82.

Nel Nuovo Testamento, il termine per ‘velo’ si trova ad esempio in 2 Corinzi 3,16: ‘Quando qualcuno si volge al Signore, il velo viene rimosso‘, Paolo utilizza il sostantivo κάλυμμα per velo. E in Matteo 27,51 e Luca 23,45 il ‘velo’ (καταπέτασμα) del tempo che si squarciò in due viene rappresentato dal temine katapetasma.

Nel Vangelo di Giovanni, il termine greco per ‘tenebra, oscurità’ è σκοτία (skotía), derivato dalla radice indoeuropea skeu– che significa “coprire”, da cui anche l’italiano “oscuro”. Nel Vangelo di Giovanni, la cecità spirituale è espressa attraverso contrapposizioni simboliche come luce e tenebre, verità e menzogna. Essa non rappresenta soltanto l’incapacità di riconoscere Cristo come portatore della verità divina, ma anche una chiusura interiore che impedisce l’accesso alla dimensione trascendente e al senso più profondo della vita.

Antonella spiega che quando l’umanità accoglie pienamente la divinità, si trasfigura, si libera dalle catene dell’inganno e dalla cecità, che è morte spirituale. L’immagine del velo è una potente metafora dell’ignoranza, della separazione da Dio e della mancanza di comprensione spirituale. Esso rappresenta una barriera che l’uomo stesso crea, un oblio che oscura la memoria della nostra vera appartenenza al grembo materno divino, la sorgente da cui proveniamo. Il velo simboleggia la prospettiva ingannevole, l’illusione del mondo. Si tratta allora di frantumare il muro che separa, affinché si possa riconoscere la verità e vivere nella luce della rivelazione divina. In questo senso, il percorso spirituale diventa un atto di svelamento, di rimozione progressiva di strati di illusioni che ci separano dalla nostra vera essenza.

La cecità spirituale è una condizione in cui l’individuo rimane intrappolato nelle illusioni dell’ego, nell’attaccamento, nella superficialità e nelle distrazioni materiali. Si tratta di una metafora ricorrente in molte tradizioni religiose e filosofiche, spesso descritta come un’oscurità interiore che impedisce di vedere con gli “occhi del cuore” o dello spirito.

La cecità spirituale è chiusura, morte spirituale. Allora qui mi vien ein mente la spiegazione che Antonella offre di infero, come luogo chiuso confinato, e di “angoscia”, dal verbo latino angere, “soffocare”, da cui angustus ovvero “stretto”.

Trovo particolarmente potente la metafora del velo, poiché essa è ampiamente utilizzata anche nelle filosofie orientali, sebbene in un contesto molto diverso, e per descrivere l’illusione che oscura la visione della realtà ultima. La bellezza di questa metafora risiede nella sua universalità e nel fatto che il velo non è definitivo, ma può essere sollevato attraverso il lavoro interiore di consapevolezza e l’esperienza diretta. La metafora del velo e dello svelamento evoca profondamente il concetto di memoria originaria che, sebbene intrinseca all’essere umano, viene oscurata o velata nel corso del tempo. Questo “velo” rappresenta simbolicamente l’oblio, le illusioni o le sovrastrutture che nascondono la verità essenziale della nostra natura. Lo svelamento, invece, allude al processo di riscoperta, di ritorno alla luce della consapevolezza originaria di unità con il divino. In molte tradizioni indiane, il velo rappresenta l’ignoranza (avidyā, अविद्या in sanscrito), che separa l’individuo dalla conoscenza autentica di sé e dalla consapevolezza della sua unità con il Brahman, la realtà ultima. Nel Vedānta, ad esempio, si parla di māyā, l’illusione che vela la vera natura di Brahman, la realtà assoluta. Similmente, nel Buddhismo, si fa riferimento al velo dell’illusione creata dalla mente che perpetua la sofferenza (dukkha). Vorrei sottolineare come sia  fondamentale tenere presenti le differenze tra gli approcci delle diverse prospettive spirituali. Sebbene alcuni concetti possano sembrare simili o sovrapponibili, vanno sempre contestualizzati all’interno del loro specifico quadro dottrinale, culturale e filosofico. Ogni tradizione religiosa e spirituale utilizza simboli, metafore e terminologie proprie, radicate in un determinato contesto storico, linguistico e culturale. Ad esempio, il concetto di ignoranza spirituale appare sia nelle tradizioni occidentali che in quelle orientali, ma con sfumature differenti. Di conseguenza, anche se concetti come velo, cecità, ignoranza e risveglio possono sembrare affini in diverse tradizioni, vanno sempre interpretati nel loro contesto originario, senza sovrapporre indistintamente significati appartenenti a sistemi di pensiero differenti.

E per terminare: in italiano, il verbo peccare deriva dal latino pecco, -are, che secondo alcuni studiosi ha origine dalla radice verbale proto-indoeuropea *(PIE) ped-(ko), con il significato di “camminare, inciampare”. Questa etimologia trova riscontro nel sostantivo sanscrito पद (pada) significa “piede, passo”. Questa connessione linguistica suggerisce una visione del peccato come uno scivolamento un inciampo nel cammino della vita, un ostacolo interiore che impedisce il cammino verso la verità e la piena realizzazione dell’essere umano.

La cecità spirituale è chiusura e morte interiore, una condizione di separazione dalla luce della verità e dell’amore. Questo mi richiama la spiegazione che Antonella offre sul concetto di infero, inteso come luogo chiuso e confinato, un’espressione della distanza da Dio. Allo stesso modo, il termine “angoscia” deriva dal latino angere, che significa “soffocare”, e da angustus, che significa “stretto”, evocando un senso di oppressione e limitazione. Cecità spirituale e infero condividono la stessa dinamica: entrambe rappresentano uno stato di prigionia interiore, dove l’anima, si priva della luce e dell’amore come conseguenza delle sue scelte, e si rinchiude in sé stessa.

Matteo 6, 21: ὅπου γάρ ἐστιν ὁ θησαυρός σου, ἐκεῖ ἔσται καὶ ἡ καρδία σου

‘Perché dov’è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore’

Il “tesoro” (ὁ θησαυρός) rappresenta ciò che domina la nostra vita e i nostri pensieri

Dove mettiamo il nostro tesoro (priorità, valori, affetti, desideri), lì sarà anche il nostro cuore (essenza, identità, volontà). In ebraico e nel pensiero biblico, il “cuore” non è solo il centro emotivo, ma anche il centro della volontà, delle decisioni e dell’identità profonda. Questo versetto invita a riflettere su cosa davvero conta nella nostra vita. Ciò che consideriamo più prezioso modella il nostro essere.

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Metodologia

In molti dei suoi libri e interventi, Antonella offre bellissimi commenti a numerosi passi del Vangelo, frutto di anni di studio, meditazione e di una profonda esperienza interiore. Antonella è capace di illuminare il testo sacro rivelandone le sfumature più profonde e rendendo accessibili significati spirituali che spesso rimangono nascosti. Con la sua capacità di intrecciare riflessione teologica ed esperienza personale, Antonella invita a un incontro autentico con la parola biblica, stimolando un dialogo vivo tra il messaggio evangelico e la vita di chi ascolta. Il Vangelo di Giovanni, in particolare, ha occupato un ruolo centrale nello sviluppo della via mistica e pensiero teologico elaborati da Antonella. Questo Vangelo offre una chiave di lettura unica per comprendere la trasformazione spirituale e la via di salvezza cristiana. Non a caso, Antonella ha viaggiato a Patmos, l’isola legata a Giovanni Evangelista, che riveste un ruolo chiave nel percorso dell’anima che, da convertita, diventa penitente e infine figlia e madre nel volume di Antonella Dio è madre. In questo volume, Antonella offre una lettura profonda e viva dell’Apocalisse, illuminando con grande intensità e chiarezza vari passaggi di questo testo mistico e riprendendoli in diverse occasioni, sempre con una capacità unica di far risuonare il messaggio spirituale nel cuore del lettore.

Lo studio del pensiero di Antonella mi ha ispirato ad avviare un nuovo filone di ricerca sul Vangelo di Giovanni che desidero condividere in questo sito sotto questa nuova categoria chiamata, appunto, Giovanni. Riflettendo sulle tematiche che costituiscono il fondamento del pensiero di Antonella, ho intrapreso un percorso di studio in cui utilizzo le mie competenze linguistiche come strumento per avvicinarmi all’insegnamento di questo testo, ascoltarlo e meditarlo con uno sguardo nuovo e alla luce dell’insegnamento di Antonella. Utilizzo quindi l’analisi filologica come mezzo di introspezione. L’interesse che Antonella dimostra per la semantica e l’etimologia di termini come sarx, angoscia, miraculum, peccato, infero/inferno si intreccia profondamente con la mia esperienza professionale e la mia passione per la linguistica. Questi termini non sono semplici parole, ma autentici contenitori di concetti, e analizzarli consente di aprire prospettive nuove e profonde di meditazione.

Il linguaggio, infatti, non è una realtà statica, ma qualcosa di vivo e in continua evoluzione. Non si tratta solo di tradurre le parole, ma di entrare nel loro significato più profondo, interrogandoci su cosa ci dicano oggi, anche alla luce dell’insegnamento di Antonella. La riflessione su questi termini diventa così un viaggio di scoperta, capace di rinnovare la comprensione del messaggio evangelico e di far emergere la sua straordinaria vitalità.

Ho intrapreso lo studio del Vangelo di Giovanni nell’originale greco. Attraverso l’analisi linguistica, emergono per me nuove sfumature di significato. Da un punto di vista metodologico, mi affido esclusivamente a dizionari, senza ricorrere a commenti di studiosi, teologi o esegeti. Il mio lavoro si basa quindi su un’analisi personale del testo greco, mettendolo a confronto con la traduzione italiana (CEI 2008) e quella latina della Vulgata (Nova Vulgata), entrambe consultabili su Bibbiaedu.it. Per arricchire ulteriormente il percorso, offro talvolta comparazioni semantiche con il sanscrito, che consentono di esplorare il linguaggio biblico da una prospettiva indoeuropea.

Analizzo il lessico, l’etimologia e il contesto d’uso dei termini evangelici in greco, intrecciando il pensiero di Antonella con la ricchezza del testo di Giovanni.

Il linguaggio è una realtà viva, e tradurre il Vangelo non è solo un esercizio tecnico, ma un’opportunità per riscoprirne il significato profondo. Le scelte dei traduttori, inevitabilmente, influenzano la percezione di concetti teologici complessi, e mi capiterà spesso di mettere in evidenza i limiti della traduzione CEI. La traduzione deve certamente essere rigorosa ma non meccanicistica, deve essere anche un atto di ascolto e interpretazione, capace di mantenere intatta la forza del messaggio evangelico senza tradirne la vitalità.

Corriamo il rischio di diventare assuefatti al Vangelo: lo ascoltiamo ogni domenica, ma spesso non lo percepiamo davvero. Parole che dovrebbero scuoterci finiscono per scivolare via come un’abitudine, prive di impatto, complice anche la frequente sterilità delle omelie. Eppure, il Vangelo è tutto fuorché ordinario. Antonella ci invita a lasciarci interrogare dalla Parola, ad ascoltarla senza l’intermediazione di commenti specialistici, permettendo al testo di parlare direttamente al cuore. Seguendo questo invito, mi sono accostata al Vangelo di Giovanni con uno sguardo rinnovato, aperto alla profondità del messaggio e alla ricchezza intrinseca delle sue parole. Ho scelto di utilizzare la filologia come strumento per andare oltre le traduzioni esistenti, esplorando la radice autentica del messaggio. Tornare alla lingua originale significa per me ascoltare il Vangelo nella sua forma più pura, lasciando che sia il testo stesso a rivelare il suo significato.

Ringrazio di cuore Antonella, che tra le tante altre cose, con il suo insegnamento mi ha fatto amare il Vangelo di Giovanni.

A Giovanni, l’Apostolo dell’Amore e della Luce

Tu che hai posato il capo sul petto del Maestro
e ne hai custodito il mistero nelle parole del tuo Vangelo

hai annunciato la Luce che splende nelle tenebre
il Dio che si fa carne e dimora tra noi
l’Amore che rimane e mai abbandona

a te, discepolo amato
testimone di ciò che è eterno
dedico il mio grazie
perché ancora oggi la tua parola, che vive nella testimonianza dei Santi e delle Sante,

accende in noi la sete dell’Acqua viva che sempre disseta e mai si consuma
risveglia la memoria della nostra appartenenza
il ricordo del mandato eterno dell’essere umano:
svelare il volto nascosto di Dio,
incarnarlo nel palpito del mondo.

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