Mi ami?

Nel Vangelo di Giovanni, Gesù Risorto chiede tre volte a Pietro “Mi ami?” (Giovanni 21,15-17), Pietro lo aveva rinnegato tre volte durante la Passione.

Pietro aveva detto con sicurezza: “Darò la mia vita per te” (Gv 13,37). Poco dopo, però, davanti alle domande di coloro che avevano catturato Gesù, per tre volte aveva risposto di non essere suo discepolo. In Giovanni 21 Gesù non gli fa un processo e non gli dice: “Perché mi hai rinnegato?”. Gli pone invece una domanda sul rapporto presente: “Mi ami?”.

Le tre domande attraversano quindi, una per una, le tre ferite del rinnegamento. È come se Gesù permettesse a Pietro di rispondere nuovamente, di ripartire proprio là dove aveva fallito.

C’è inoltre un dettaglio molto importante. Dopo ogni risposta di Pietro, Gesù gli affida qualcosa: “Pasci i miei agnelli”. “Pasci le mie pecore”. “Pasci le mie pecore”.

Quindi Gesù non si limita a perdonare Pietro: gli restituisce la missione. Pietro, proprio dopo aver sperimentato la propria fragilità, viene incaricato di prendersi cura degli altri. Gesù affida a Pietro le sue pecore, i suoi agnelli.

Prima della Passione Pietro era molto sicuro di sé: “Anche se tutti ti abbandoneranno, io no”. Dopo il rinnegamento non può più fondare la propria fedeltà sulla propria forza. Quando Gesù gli domanda per la terza volta se lo ama, Giovanni dice:

Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: “Mi vuoi bene?”(Gv 21,17).

Quell’addolorarsi è importante. La domanda raggiunge il punto della sua ferita. Pietro ricorda inevitabilmente le tre negazioni. Ma questa volta non proclama più eroicamente ciò che lui sarà capace di fare. Dice:

Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene.

È una risposta molto più umile. Non dice più, in sostanza, “io so quanto sono fedele”. Dice: “Tu sai.”

Ed è probabilmente questo il Pietro che Gesù cercava: non il Pietro sicuro della propria forza, ma il Pietro che ha scoperto la propria debolezza e tuttavia continua ad amare.

C’è poi il famoso problema dei due verbi greci usati nel dialogo: ἀγαπάω (agapáō) e φιλέω (philéō). Gesù nelle prime due domande usa agapáō, mentre Pietro risponde con philéō; alla terza domanda anche Gesù usa philéō. Alcuni interpreti vedono qui una sorta di “discesa” di Gesù verso la capacità concreta di Pietro: come se Gesù inizialmente chiedesse un amore totale e Pietro, ormai consapevole della propria fragilità, non osasse prometterlo; alla fine Gesù lo incontrerebbe proprio nel livello d’amore che Pietro può sinceramente offrire.

Bisogna però essere prudenti: nel Vangelo di Giovanni agapáō e philéō vengono spesso usati quasi come sinonimi. Quindi non costruirei tutta l’interpretazione sulla differenza dei due verbi. Il dato davvero inequivocabile è la triplice domanda collegata alla triplice negazione.

E subito dopo viene forse la parte più profonda:

Quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani… (Gv 21,18)

Pietro aveva promesso a Gesù: “Darò la mia vita per te”, ma non ne era ancora capace. Adesso Gesù gli dice, in sostanza: un giorno lo farai davvero. Giovanni specifica infatti che Gesù parlava della morte con cui Pietro avrebbe glorificato Dio.

E quindi il dialogo termina esattamente con le parole che Pietro aveva ricevuto all’inizio della sua vocazione:

“Seguimi” — ἀκολούθει μοι (akolouthei moi).

È quasi una seconda chiamata.

Per questo Giovanni 21 è straordinario: Pietro non torna semplicemente alla condizione precedente al rinnegamento. Il suo fallimento viene trasformato. Prima pensava di seguire Cristo attraverso la propria forza; ora potrà seguirlo sapendo di essere fragile.

E forse il cuore della scena è proprio questo: Gesù non domanda a Pietro se è stato bravo, se è degno, se non fallirà mai più. Gli domanda soltanto: “Mi ami?”

Da quell’amore, imperfetto ma reale, può ricominciare tutto.

Maria Maddalena

Mercoledì 22 luglio è stata la festa di Santa Maria Maddalena. Nel 2025, Antonella ha pubblicato un meraviglioso volume, Passione secondo Maria Maddalena https://www.lindau.it/Autori/Antonella-Lumini

che ho recensito per Il Regno https://www.misticaincarnata.it/wp-content/uploads/2024/11/Segnalazione-Lindau-Regno-attualita-12-2025.pdf

In occasione della ricorrenza di Santa Maria Maddalena, vorrei condividere una riflessione, rileggendo il potentissimo racconto nel capitolo 20 del Vangelo di Giovanni.

Il racconto comincia nel buio. Maria Maddalena si reca al sepolcro “quando era ancora buio”. È il buio che precede l’alba, ma è anche il buio profondo della sua condizione interiore. Gesù è morto. Dolore insostenibile. Eppure Maria Maddalena  cammina. Non sa che cosa troverà né che cosa potrà fare. Si mette in cammino semplicemente perché ama, il suo amore la conduce verso il luogo della perdita. La fede è fedeltà.  Lei  non ha ancora visto la resurrezione, eppure il suo cuore è già completamente rivolto verso Cristo. Affidamento totale. Il suo amore è già in cammino verso la Pasqua. La luce pasquale la trova sulla via. 

Maria Maddalena   “rimane”, ecco il verbo “rimanere” che usa spesso Giovanni, ad esempio in “Rimanete in me e io in voi”. Pietro e l’altro discepolo erano già giunti al sepolcro e poi erano andati via correndo. Lei, invece, resta, il restare di cui parla spesso Antonella. Lei non fugge dal luogo della perdita, rimane e vive pienamente il dolore della perdita. Consumandolo, lo consegna. Non cerca di riempirlo con risposte o consolazioni, lo abita con le proprie lacrime. Il dolore non viene negato, la ferita non viene nascosta.  La Maddalena  resta interamente presente alla propria sofferenza. Ed è proprio lì che avviene l’incontro, incontra il Risorto nel luogo stesso della perdita. Il luogo dell’assenza diviene il luogo della presenza. Il sepolcro, che per lei rappresentava la fine, diventa la soglia di un incontro nuovo. 

Questo è il paradosso pasquale: ciò che appare come il luogo della morte, quando pienamente vissuto e affidato allo Spirito, diventa il principio di una vita nuova. Maria Maddalena non supera il buio attraverso uno sforzo di volontà, ma lo attraversa nell’amore, nella fiducia. Non fugge ma vive e porta la propria fragilità, il proprio smarrimento.

C’è poi un momento potentissimo: Gesù la chiama per nome. Il suo nome viene pronunciato da dentro al sepolcro. “Maria!” La chiamata. In quella voce, Maria riconosce che la morte non ha spezzato la relazione. Colui che la conosceva continua a conoscerla; colui che l’aveva chiamata continua a chiamarla, anche nel luogo della perdita, continua a vederla, amarla. La relazione rimane personale. Ogni volta che Gesù chiama qualcuno nel Vangelo, è come l’inizio di una vita nuova. La persona chiamata per nome si scopre vista, accolta, incoraggiata, amata e riconsegnata a se stessa con uno sguardo nuovo. È lo sguardo di Gesù che si posa interamente sull’essere umano: uno sguardo che è un invito, raggiunge ciò che è più profondo, attraversa fragilità e paure e restituisce alla persona la verità di ciò che è chiamata a diventare.

“Non mi trattenere”, dice Gesù. L’amore pasquale apre a una forma nuova di comunione. Trasformazione. Apri le mani, lascia che il nostro amore diventi annuncio, testimonianza e dono. Prima Maria Maddalena deve consegnare la propria paura e il proprio dolore; ora deve consegnare anche il desiderio di trattenere ciò che ama. Maria di Magdala giunge al giardino cercando ciò che crede di avere perduto. Ma il Risorto le dona una relazione trasformata. Ella non può trattenerlo, perché ormai Cristo non appartiene più al tempo/spazio del tempo finito, è presenza da vivere, amore che si consegna, vita che chiede di essere annunciata e incarnata. 

Maria viene quindi inviata: “Va’ dai miei fratelli”. Colei che era giunta al sepolcro piangendo diventa annunciatrice della risurrezione. Colei che cercava un corpo morto diventa la prima testimone della vita nuova. L’apostola degli apostoli.

Il suo cammino come un intero itinerario spirituale: entra nel buio, cerca, rimane, piange, viene chiamata per nome, riconosce, lascia andare e infine viene inviata. La sua paura, il suo dolore viene trasformata in testimonianza. Il luogo della perdita diventa il luogo della chiamata. E Maria, che all’inizio diceva: “Hanno portato via il mio Signore”, alla fine può annunciare “Ho visto il Signore”, esperienza del Cristo Risorto. 

Rimani, perché io possa raggiungerti. “Maria”. Forse tutta la sua rinascita è racchiusa in questo nome pronunciato. Nel momento in cui Cristo la chiama, Maria rinasce e scopre che, anche nella perdita, è rimasta custodita nella relazione. La sua vita è ancora chiamata e amata da Colui che ha attraversato la morte. Lei entra nel giardino pensando che tutto sia finito. Ne esce portando dentro di sé un inizio che non avrà più fine. Chiamata per nome, inviata verso la Luce.

Il cammino

In questo articolo, vorrei approfondire il verbo greco περιπατέω in Galati 5,16 ed Efesini 5,8.

Il verbo greco περιπατέω (peripateo), letteralmente “camminare intorno, percorrere”, è utilizzato nel Nuovo Testamento non soltanto in senso fisico, ma come una potente metafora dell’esistenza umana nella sua dimensione spirituale. “Camminare” descrive la direzione che orienta la vita, la qualità della relazione con lo Spirito, la fedeltà dell’essere umano alla sua vocazione.

Entrambi i due versetti sopra citati fanno del cammino l’immagine privilegiata per esprimere la trasformazione interiore e comunitaria che la fede in Cristo genera. Immagine dinamica che traduce la vita cristiana come processo in continuo movimento. Il “camminare” implica una progressione, un attraversamento, un lasciarsi condurre in avanti. In Galati 5,16 Paolo mostra che lo Spirito Santo è la forza interiore che orienta e sostiene ogni passo, liberando l’essere umano dai desideri egoistici che lo imprigionano. Amore liberante. In Efesini 5,8 il credente, divenuto “luce nel Signore” mediante il battesimo, è chiamato a vivere in coerenza con questa nuova realtà, come “figlio della luce”.

Il linguaggio del cammino ha radici profonde nella tradizione biblica. L’Antico Testamento parla di camminare con Dio (Gen 5,24; Gen 6,9, di Noè) come espressione di un’intimità radicale e continua con il Signore. La Torah stessa è presentata come “via” lungo la quale l’uomo deve procedere. I Salmi cantano la beatitudine di chi “cammina nella legge del Signore” (Sal 119,1).

Il Nuovo Testamento riprende e approfondisce questa prospettiva. In Cristo, il cammino non è più soltanto obbedienza alla Legge, ma apertura all’azione dello Spirito, che trasforma dall’interno e dona la libertà dei figli di Dio.

In Galati 5, Paolo contrappone due dinamiche esistenziali: da una parte, “le opere della carne”, espressione della chiusura egoistica e autoreferenziale dell’uomo; dall’altra, “il frutto dello Spirito”, manifestazione della vita nuova generata da Dio (Gal 5,19-23).

“Camminate secondo lo Spirito” (peripateite pneumati) indica un movimento costante, quotidiano, che coinvolge tutta la persona. Paolo parla di un orientamento pratico della vita: il cristiano è chiamato a lasciarsi guidare dallo Spirito, a dimorare nello Spirito in ogni passo, in ogni scelta, in ogni relazione.

Il verbo peripateo, con la sua sfumatura di continuità, suggerisce che la vita spirituale è un percorso: un divenire costante, un avanzare che richiede fedeltà, vigilanza e apertura. Camminare nello Spirito significa dunque imparare a discernere i moti interiori, lasciando che sia lo Spirito a condurre, a purificare, a liberare.

In Efesini 5,8, “camminate come figli della luce” significa assumere l’identità battesimale, figli di Dio, nella concretezza delle relazioni quotidiane. La luce non è solo simbolo di conoscenza e verità, ma soprattutto di trasparenza, autenticità e comunione. Il cristiano, camminando come figlio della luce, manifesta nella sua vita il riflesso della vita stessa di Cristo, che è “la luce del mondo” (Gv 8,12).

Camminare nello Spirito e nella luce.

Il verbo peripateo ci consegna, in definitiva, una spiritualità del cammino. La vita cristiana è un dinamismo. Non si tratta di raggiungere subito una perfezione astratta, ma di imparare, passo dopo passo, a lasciarsi trasformare dallo Spirito e dalla luce di Cristo.

Questo implica accettare la logica della gradualità, la pazienza del processo, la disponibilità a ricominciare ogni giorno.

Il verbo peripateo illumina la vita cristiana come un cammino costante, guidato dallo Spirito e irradiato dalla luce di Cristo. Camminare nello Spirito è il contrario del vivere secondo la carne: è lasciarsi condurre da una forza che libera e unisce. Camminare come figli della luce è rendere visibile, nelle scelte quotidiane, la vita dello Spirito che agisce in noi, attraverso di noi. Programma di vita, radicamento, direzione.

Resurrezione della carne

Siamo parte di un corpo vivo: il corpo mistico dei santi. La comunione dei santi. Siamo quindi parte integrante di un corpo più grande, con cui più interagiamo e più percepiamo. Come quando siamo in acqua, nel mare, se poniamo attenzione sentiamo tutte le correnti, i movimenti, così accade quando ci apriamo e ci poniamo in ascolto. Sviluppiamo i sensi spirituali. Li raffiniamo. Vibrazioni. Il linguaggio del divino.

Nell’insegnamento di Antonella, il corpo della resurrezione comincia qui, durante la nostra vita terrena. Il corpo come involucro del nostro corpo sottile.

La resurrezione della carne inizia con il risveglio dello Spirito in noi: il nostro destarci, qui e ora, alla vita dello Spirito. È un processo di purificazione della dimensione psichica ed egoica, segnata dall’appropriazione e dal possesso. Quanto più permettiamo allo Spirito di consumare e trasfigurare quella parte, tanto più entriamo nella resurrezione dei nostri corpi sottili. Questa resurrezione interiore è ciò che rimane di noi, ciò che ci accompagna oltre la morte: la forma, la “geometria” spirituale che l’anima assume e porta con sé.

Il nostro compimento, la nostra vera pienezza, consiste nell’entrare stabilmente in questa modalità di esistenza. Gesù Cristo e i Santi ne sono la realizzazione piena: essi incarnano la vita dello Spirito, la trasfigurazione del corpo e la vita oltre la morte.

La resurrezione comincia quando il cuore si apre, qui e ora, alla vita dello Spirito.

Ogni scoria dell’ego, ogni possesso, ogni paura, viene sanata dal fuoco
che purifica e trasfigura. Allora i corpi sottili si risvegliano alla luce.
Il compimento è questo: vivere già ora nella modalità eterna, dove Cristo risorto è pienezza e i Santi sono segni luminosi della carne trasfigurata.

L’annuncio della salvezza cristiana: non siete più sotto l’inganno della morte
né prigionieri dello spirito del mondo. La nascita e la morte non sono principio né fine assoluti, ma soglia e compimento del tempo che vi è stato donato
nello spazio-tempo dell’esistenza.

La resurrezione della carne significa risveglio della vita incarnata, apertura alla dimensione della Grazia. È vivere qui e ora in quella Presenza, in quella modalità nuova che libera e trasfigura.

Partecipare del Regno dei Cieli mentre siamo sulla terra, tensione continua verso la luce della Verità. Espandere l’Amore, generare, contribuire all’azione creatrice dell’Amore. Resurrezione in atto. Essere sempre connessi con la sorgente. Lavoro che non facciamo da soli, ma permettiamo allo Spirito di riassestare e trasformarci. Lo Spirito entra nell’anima per purificarla, se noi ci apriamo e accogliamo la sua opera e ci uniformiamo alla sua misura.

Gesù, la la comunione dei Santi, l’Amore e la Luce ci chiamano per nome, ci vedono, amano e ci chiamano per come siamo, ma anche ci trasformano. Espandere il Regno dei Cieli, il Regno dell’Amore. La luce splende ovunque ma chi non l’accoglie rimane nelle tenebre, morte spirituale. L’amore ama chiunque ma solo chi l’accoglie l’amore è amato, quindi si fa trovare, riceve, si fa inondare, diventa canale e agisce secondo quell’amore. Resurrezione della carne.

Entrare nella vita

Antonella ci insegna che si conosce Dio, si fa esperienza dello Spirito, incarnandolo: un cristianesimo che diviene esperienza vivente, traccia, incarnazione del divino nell’umano. Realtà che prende forma giorno dopo giorno nell’esperienza più concreta: il nostro cuore, i nostri gesti, le nostre relazioni.

L’amore trasforma. Secondo la visione di Antonella, la mistica non è un punto d’arrivo, ma un processo, un abbandono continuo allo Spirito Santo, che ci penetra nelle profondità dove siamo più fragili e più ricettivi. È un agire nascosto che rinnova l’anima attraverso la guarigione interiore e la fioritura dello Spirito in noi. L’amore divino scende, scioglie le difese, dissolve le barriere dell’io, e ci plasma a immagine della luce che dà vita. Ma sta a noi rispondere a questo Amore, farci attraversare, offrire la nostra responsabilità.

La vita allora diventa preghiera viva, cammino incarnato, vissuto nella polvere dei giorni, nelle contraddizioni e nella fatica. La mistica ha radici nel mondo. Il cuore, la carne, la mente, diventano canali di grazia. Non c’è separazione tra sacro e profano: tutto si mette al servizio di un’unica corrente d’amore, una “divina maternità” che cura le ferite, consola e rigenera il mondo.

Nutrirsi d’amore per nutrire d’amore diventa l’unica risposta possibile all’esistenza.

La “comunione dei santi” diventa realtà: ciascuno chiamato a vivere la propria trascendenza nella concretezza del quotidiano, come un cuore che batte, fa luce, dona vita. Si tratta di incarnare l’amore di Dio come pane quotidiano. La mistica incarnata è la via che porta la presenza dello Spirito nel cuore del mondo.

La guarigione spirituale non avviene per sforzo personale, ma per abbandono fiducioso. L’essere umano non guarisce da solo, ma si lascia guarire, entra nella disposizione dell’ascolto profondo e dell’accoglienza del mistero che lo abita.

La mistica incarnata non separa mai l’interiorità dal corpo: la luce agisce nella carne, nei sensi, nella memoria, nei gesti quotidiani. Non è fuga dal mondo, ma immersione nel reale, redento e trasfigurato. Ogni esperienza, anche la più oscura, può diventare porta di accesso alla luce, se vissuta nella consapevolezza e nell’offerta.

Il tempo

In Dentro il silenzio, Antonella introduce una riflessione profonda sulla natura del tempo, distinguendo tre dimensioni che si intrecciano e si sovrappongono: tempo vettoriale, tempo perpetuo, e tempo eterno. Questa distinzione offre una chiave di lettura per comprendere i diversi stati della coscienza umana e il percorso spirituale verso l’unione con il divino.

La citazione che qui vorrei analizzare è:

“Il tempo vettoriale porta in se stesso anche il tempo perpetuo come suo luogo sotterraneo, l’infero. L’eternità porta in se stessa il tempo vettoriale e il tempo perpetuo, il tempo della ripetizione, fissità” (Dentro il silenzio, p. 47).

Questo passo riflette la complessità della visione di Antonella, dove il tempo non è una dimensione unica e lineare, ma uno spazio articolato, con strati profondi che corrispondono a diverse esperienze dell’essere. Vorrei proporre qui una mia breve analisi.

Tempo vettoriale: nella visione di Antonella, il tempo vettoriale è un tempo orientato verso un fine, un obiettivo o un compimento. Questo tipo di tempo ha una direzione e una finalità, e rappresenta il progresso e l’evoluzione continua della creazione verso una realizzazione piena. Il tempo vettoriale è visto come il contesto in cui la creazione si sviluppa e si compie. È il tempo del cambiamento e della realizzazione, in cui gli eventi e le azioni sono diretti verso un obiettivo finale. Questo tempo rappresenta il processo dinamico attraverso il quale la creazione raggiunge il suo compimento e la sua pienezza.

Tempo perpetuo: il tempo perpetuo è descritto come un tipo di tempo che implica ripetizione e fissità. È un tempo che non evolve verso un obiettivo, ma è caratterizzato dalla sua ciclicità e dalla permanenza dei suoi stati. Questo tempo può essere associato a una dimensione di stasi o di ripetizione continua. Il tempo perpetuo rappresenta una dimensione del tempo in cui gli eventi si ripetono ciclicamente senza un progresso verso una realizzazione finale. È il tempo delle strutture immutabili e dei cicli incessanti, in cui il cambiamento non avviene in senso progressivo. È un tempo che non avanza, ma ruota intorno a sé stesso. Appare evidente studiando l’opera di Antonella che il tempo perpetuo è l’esperienza della prigionia dell’ego, da cui si può uscire attraverso la consapevolezza.

Nella riflessione di Antonella, l’inferno è descritto come il luogo sotterraneo del tempo perpetuo. In questo contesto, l’inferno rappresenta una dimensione in cui il tempo perpetuo si manifesta attraverso la ripetizione infinita e la fissità, senza possibilità di cambiamento o di progresso verso un fine. Dimensione di stasi: l’inferno è visto come una manifestazione del tempo perpetuo, un luogo o una condizione in cui il tempo è caratterizzato dalla ripetizione incessante e dalla fissità, in contrasto con il tempo vettoriale che è orientato verso una realizzazione e un compimento. Il tempo perpetuo è l’inferno interiore: uno stato di coscienza in cui ci si sente bloccati, come se nulla potesse cambiare. Antonella riconosce che questo tempo è parte integrante del percorso umano, ma invita a non rimanervi intrappolati.

Appare chiaro che l’eternità non è separata dal tempo vettoriale, ma lo include come una sua dimensione. L’eternità abbraccia e contiene il tempo vettoriale, che è il tempo della realizzazione e del progresso verso il fine. Allo stesso modo, l’eternità include anche il tempo perpetuo. In altre parole, l’eternità comprende sia la dimensione progressiva del tempo vettoriale che la dimensione ciclica e immutabile del tempo perpetuo. Il tempo eterno è il ritorno all’unità originaria. L’eternità ci abbraccia sempre (vedi anche lo schema sopra), pronta a rivelarsi nel momento in cui ci apriamo pienamente alla vita e alla grazia.

L’eternità è vista come una dimensione che ingloba e armonizza tutte le forme di tempo, sia quelle orientate verso un obiettivo (tempo vettoriale) sia quelle caratterizzate dalla ripetizione e dalla stabilità (tempo perpetuo). Questa concettualizzazione a mio avviso riflette una visione dell’eternità come una realtà che include e trascende le diverse manifestazioni del tempo.

Antonella descrive l’eternità come una realtà che abbraccia tutte le altre forme di tempo. In questa dimensione, il tempo vettoriale e il tempo perpetuo non scompaiono, ma vengono assorbiti e trasfigurati in uno stato di pienezza e unità. L’esperienza del tempo eterno è un risveglio spirituale, dove l’anima accede a una consapevolezza che supera la dualità. È il tempo in cui la vita di Dio si manifesta nel qui e ora, rivelando all’essere umano la sua vera natura divina. Nel pensiero di Antonella, l’eternità non è qualcosa che si raggiunge solo dopo la morte biologica, ma una realtà che può essere sperimentata già nel tempo presente.

“L’eterno include il tempo, come dimensione di crescita, cioè di continua evoluzione. Il circolo dell’eterno ritorno è intersecato da linee tangenziali che spingono movimenti di crescita, movimenti evolutivi. Emanazione divina e manifestazione divina costituiscono una relazione d’amore in espansione”(Antonella Lumini, Memoria profonda e risveglio, p. 52)

In Mistica e coscienza, p.11 Antonella scrive:

“Mistica e coscienza sono le coordinate del tempo vettoriale che tende verso una pienezza, che spinge l’evoluzione in quanto porta inseminato in sé il dinamismo dell’atto creativo che l’incarnazione fortemente accelera poiché conosce il proprio eschaton. Tempo escatologico che conduce verso la fine dei tempi, verso quel punto in cui il tempo, riconsegnato all’eterno, esaurisce il suo compito, in cui il mistero si svela tutto intero nella coscienza. Gesù Cristo costituisce la memoria permanente, sempre accesa e viva di questa coscienza che anela a risvegliarsi in ogni donna e in ogni uomo”.

Vorrei proporre alcune tracce di riflessione rielaborando queste due ultime citazioni.

La frase Mistica e coscienza sono le coordinate del tempo vettoriale esprime un’idea centrale nel pensiero di Antonella: il cammino spirituale dell’essere umano si svolge lungo una traiettoria, un tempo vettoriale, che non è statico ma orientato verso una pienezza finale. Il tempo vettoriale è un concetto che descrive il tempo come un movimento lineare e progressivo. A differenza del tempo perpetuo (tempo della ripetizione e della fissità), il tempo vettoriale è dinamico, punta in avanti verso una trasformazione. Ha una direzione precisa: tende verso l’eschaton (la realizzazione ultima e finale dell’essere umano e della creazione). È il tempo del divenire, in cui la coscienza umana si evolve e si sviluppa. Mistica (apertura al divino) e coscienza (risveglio spirituale) insieme agiscono come “coordinate”, strumenti che orientano l’essere umano lungo il tempo vettoriale, spingendolo verso l’evoluzione spirituale.

Tempo vettoriale: un tempo orientato verso una pienezza finale, dinamico e in evoluzione, guidato dalla mistica e dalla coscienza.

Tempo escatologico: il momento della storia in cui il tempo si raggiunge suo compimento e viene riconsegnato all’eterno.

Incarnazione: un momento cruciale che accelera il dinamismo del tempo vettoriale e segna l’inizio del compimento escatologico.

Cristo come memoria permanente: un principio continuo e vivente di consapevolezza che guida il risveglio e la realizzazione dell’individuo.

Antonella descrive il cammino umano come una tensione continua verso la pienezza, spinta dall’amore e dalla grazia divina. L’essere umano, creato a immagine di Dio, porta in sé il seme della creazione stessa, un impulso interiore che lo spinge a crescere, evolversi e realizzarsi. L’incarnazione di Cristo rappresenta un’accelerazione di questo dinamismo. L’umanità, attraverso Cristo, scopre che il proprio destino non è semplicemente esistere nel tempo, ma compiersi nell’eternità. Questo atto creativo non è esterno, ma agisce dall’interno della coscienza, come una forza che ci guida verso una maggiore pienezza di vita.

In questa visione, l’incarnazione rappresenta un punto di svolta: la discesa di Dio nel tempo attraverso Gesù Cristo, è un evento che trasforma radicalmente il tempo vettoriale. In Memoria profonda e risveglio (p. 38), Antonella afferma: “La nuova creazione non sorge improvvisamente, ma ha la sua lunga gestazione all’interno della prima creazione”.

L’eterno entra nel tempo, accelerandone il movimento e apre una nuova possibilità per l’umanità; con l’incarnazione l’essere umano non è più vincolato alla sola esperienza temporale; può attingere all’eternità mentre vive nel tempo. L’incarnazione rivela all’umanità la direzione ultima del tempo vettoriale, ovvero l’eschaton – il compimento finale in cui tutto sarà riassunto in Dio. Conoscere l’eschaton indica, nella visione di Antonella, una chiamata alla pienezza: attraverso l’incarnazione, l’essere umano diventa sempre più consapevole del destino finale che lo attende. La coscienza spirituale che si risveglia riconosce questa meta e si dirige verso di essa, consapevole che la pienezza dell’essere risiede nell’unione con Dio. Questo eschaton non è solo un evento futuro, ma una realtà già inscritta nel cuore dell’umanità.

La parabola dei talenti: essere custodi

La prospettiva offerta da Antonella sulla parabola della moltiplicazione dei pani mi ha evocato un interessante collegamento con la parabola dei talenti (Matteo 25, 14-30), dove Gesù ci invita a mettere a frutto i doni ricevuti. Entrambe le parabole, sebbene diverse, convergono su un messaggio fondamentale: ciò che ci viene dato non è destinato a essere trattenuto o nascosto, ma condiviso, moltiplicato e trasformato in un bene più grande.

Il talento nell’antichità era una unità di misura monetaria (tra l’altro citata anche nell’Iliade). La parabola del Vangelo narra che un uomo, prima di partire per un lungo viaggio, affida i suoi beni a tre servi: al primo affida cinque talenti. Al secondo affida due talenti. Al terzo affida un talento. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno (Mt 25,15). La diversa distribuzione dei talenti rivela che ciascuno riceve secondo la propria capacità. Si tratta dunque di un dono personalizzato.  Dopo molto tempo, il padrone torna e chiede conto di ciò che i servi hanno fatto con i beni affidati: il primo e il secondo servo hanno investito i talenti e li hanno raddoppiati, ottenendo rispettivamente altri cinque e altri due talenti. Il terzo servo, invece, per paura di perdere il talento, lo ha nascosto sottoterra e restituisce al padrone solo quello che gli era stato dato. Il padrone premia i primi due servi con responsabilità maggiori e gioia, mentre critica duramente il terzo servo per la sua pigrizia e mancanza di iniziativa.

Questa bellissima parabola  investe in pieno il nostro rapporto con il quotidiano, con la realtà di ogni giorno. Descrive infatti una situazione quotidiana per molta gente di quel tempo: servi al servizio di un padrone, il lavoro, l’atteggiamento verso le responsabilità. Dunque ci invita a riflettere sull’attenzione che dedichiamo al quotidiano, quanto ci circonda, in cui siamo immersi e spesso rischiamo di trascurare, non darvi peso, di non conoscere. Ebbene, è nella realtà di ogni giorno che ci costruiamo come persone e tessiamo le relazioni che danno significato e profondità al nostro esistere. Allora le piccole cose del quotidiano non sono affatto così piccole.

Dono, il talento, che è anche compito e che chiede di non essere sprecato o ignorato o disprezzato, ma accolto con gratitudine attiva e responsabile. Il nostro impegno personale è il terreno su cui la grazia può operare. Il rischio è quello di sprecare la vita, vivere una vita non vissuta. Morte spirituale. Non ci è richiesto di essere degli eroi, ma siamo chiamati a vivere in pienezza.

Il gesto del servo pigro è una mancanza di risposta alla fiducia che il padrone gli ha accordato affidandogli i suoi beni da amministrare. Ed è anche mancanza di fiducia in se stesso, un dichiararsi inadatto a compiere il servizio richiesto, quindi auto-condanna. Pigrizia, la via apparentemente facile, comoda. Senza impegno. Sotterrando il denaro per non perdere nulla, quel servo ha cercato di salvare tutto e invece ha perso tutto: il denaro e se stesso. Infedele al padrone e infedele a se stesso. Paralizzato dalla paura, paura della vita, del padrone, che nasce da un’immagine di Dio distorta. La sterilità in cui si è confinato rappresenta il marchio della sua mancanza di responsabilità

Elemento significativo che non è affatto rilevante ai fini del messaggio della parabola il numero di talenti ricevuti: il padrone risponde allo stesso modo ai servi responsabili, quindi anche l’ultimo, che ne aveva ricevuto uno solo, avrebbe ricevuto la stessa ricompensa degli altri se avesse anche lui impiegato il suo talento. Il testo enfatizza un aspetto essenziale: il tempo. Il trascorrere del tempo è rivelatore. Subito (Mt 25,15) i primi due servi impiegano il denaro e ottengono dei guadagni commisurati alle somme ricevute e impegnate. Il terzo servo scava una buca nel terreno e lo sotterra. Dopo molto tempo (Mt 25,19) torna il padrone. Quindi subito e dopo molto tempo sottolineano la dimensione del trascorrere del tempo. Possiamo dedurre che i primi due servi hanno saputo mettere a frutto il primo grande dono di cui possono usufruire, cioè il tempo, e non lo gettano via. Tempo perduto è il tempo non pieno, non vissuto, tempo vuoto, vissuto senza lasciare traccia, senza consapevolezza.

Sotterrando il denaro per non perdere nulla, quel servo ha cercato di salvare tutto e invece ha perso tutto: il denaro e se stesso.

Attraverso i temi della vigilanza, diligenza, custodia, questa parabola ci invita a saper valorizzare i doni ricevuti e assumere pienamente la responsabilità della nostra vita. È un richiamo anche alla gratitudine e al prenderci cura con attenzione delle poche e semplici cose che abbiamo a disposizione, che, pur nella loro apparente piccolezza, sono preziose e inestimabili. Proprio attraverso di esse si misura che tipo di umanità vogliamo realizzare.

MISTICA INCARNATA

Il concetto di mistica incarnata rappresenta, a mio avviso, un tema fondamentale e distintivo nel pensiero sviluppato da Antonella. Antonella riesce a intrecciare la dimensione trascendente della mistica con l’immediatezza dell’esperienza umana, conferendo al concetto un valore profondamente concreto e universale. Questa sua elaborazione non solo arricchisce la tradizione mistica, ma la rinnova, offrendoci strumenti per riflettere su come l’esperienza del divino possa essere vissuta, incarnata e manifestata nel quotidiano.

La nozione di mistica incarnata è colonna portante, cuore, pilastro della visione di Antonella. Un concetto tronco, fulcro che regge le altri componenti. Il tronco è il punto di collegamento tra le radici e i rami, le foglie e i frutti. Antonella introduce una prospettiva in grado di superare una concettualizzazione di mistica legata al passato, a schemi culturali datati, e quindi di rispondere alla sensibilità legata alla spiritualità contemporanea. Concetto catalizzatore di trasformazione spirituale e di recupero della dimensione mistica del cristianesimo.

Quindi il cammino spirituale come processo.

Un’esortazione, un invito ad una forma di spiritualità che si esprime concretamente nell’esperienza umana.

Antonella ci spiega che l’idea di mistica incarnata si riferisce all’esperienza diretta dello Spirito, una sete di infinito e di eterno che riguarda tutti e richiede una trasformazione radicale. Ricreare l’appartenenza alla sorgente da cui proveniamo implica un cambiamento di prospettiva, che ci renda capaci di trasformare la vita nello spazio-tempo in un riflesso del il Regno dei cieli, che è la vita eterna: dimensione che vive dentro di noi e a cui siamo chiamati a risvegliarci.

Costruendo il Regno dei Cieli, Regno dell’Amore. il gerundio è una forma verbale non finita che esprime un’azione continua; per questo motivo, è in grado di riflettere molti dei concetti riguardo al percorso spirituale come processo e cammino. Regno dell’Amore: ritorno all’amore puro, originario, la sorgente di amore e luce da cui proveniamo e a cui apparteniamo. Salvezza cristiana dunque come percorso di ritorno all’amore e alla luce: guarigione, fioritura. La tensione verso il Regno dei Cieli è racchiusa nel messaggio evangelico.

Nel Regno dell’amore, è il titolo del primo capitolo del libro di Antonella Dio è Madre.

Mentre pensavo al titolo e sottotitolo per il sito, ho avvertito che l’azione continuata espressa dal tempo verbale del gerundio in costruendo il Regno dei Cieli fosse in grado di fare eco ai seguenti concetti elaborati da Antonella:

Stare nella ricerca: la tensione che ci spinge, anelito interiore, il desiderio dell’anima di ricongiungersi al grembo divino da cui proviene

Aderenza come azione continuata nel qui e ora: aderire a Dio in ogni attimo, rinnovare il nostro sì

Rinascere continuamente: farsi riplasmare, stare nell’attualità della creazione

La forza generante dell’amore divino: un flusso continuo che ci avvolge e opera in noi

Risveglio spirituale: processo continuo, mantenere viva la memoria della sorgente d’amore da cui proveniamo, mantenere vivo l’anelito

Creazione: processo sempre in atto

Rivelazione: si verifica nell’attimo presente, ogni volta che ci poniamo in ascolto e ci lasciamo permeare dalla luce divina

Beatitudine: l’amore puro che diventa generativo in noi, una generazione sempre in atto, conforto, ristoro, guarigione

Regno dei cieli: realtà interiore che una volta risvegliata dentro di noi va condivisa. Aiutare la spinta dell’amore ad espandersi, fare la nostra parte

I tre concetti di incarnazione, resurrezione, e rivelazione, che Antonella ha elaborato in modo molto originale, sono collegati strettamente alla sua concettualizzazione di mistica incarnata.

Mistica incarnata > incarnazione: l’incarnazione del Verbo in Gesù fa nascere figli, figli di Dio. La pienezza umana di Gesù, la consapevolezza raggiunta da Gesù di essere Dio in Dio, questo ritorno consapevole all’unione con la sorgente diventa una potenzialità per tutto il genere umano: la coscienza cristica. L’incarnazione è la premessa della resurrezione, spiega Antonella.

Resurrezione: resurrezione della carne come trasformazione, più viviamo la vita interiore come smantellamento interiore, più la vita dello Spirito si iscrive nel nostro essere, diventa esperienza sensibile, lascia tracce, si iscrive in noi, si imprime e diventa in-carnata, coinvolge tutto il nostro essere.

Resurrezione come risveglio alla vita eterna /divina, che implica uno spostamento dalla soglia spazio-tempo: morte di uno stato e risveglio ad un altro stato. Sono stati di coscienza, enfatizza Antonella. La resurrezione esprime lo stato dell’essere in cui la coscienza vede secondo l’infinito e l’eterno, vede secondo lo sguardo divino, la coscienza umana è assimilata nella coscienza divina. Gesù è già risorto in vita, mentre era vivo. L’Io Sono della coscienza cristica.

In Dio è Madre, Antonella sottolinea che testimoniare nel mondo la resurrezione vuol dire incarnare il Verbo, lasciare agire la divina maternità. L’essere umano è chiamato ad assumere coscienza di essere Dio in Dio, acquisire consapevolezza di un’appartenenza indissolubile, che è impressa in noi ma che dobbiamo recuperare. Acquisire consapevolezza di essere gocce dentro un corpo infinito, il frammento nell’intero. Significa che la parte è in grado di manifestare il tutto, è fatta della stessa sostanza.

Rivelazione: adesione alla vita nel momento stesso in cui essa fluisce. È il rendersi visibile, qui ed ora, della forza generante dell’amore divino. È il lento disvelarsi del Regno dei cieli sulla terra. La rivelazione è il crescere della vita dello Spirito all’interno della vita umana.

Questo percorso di risveglio (che si attua attraverso l’incarnazione, resurrezione, adesione alla vita come rivelazione), di trasformazione interiore richiede una maturazione psico-fisica: quindi la via del silenzio, ascolto interiore, via dell’abbandono, la resa, la resistenza che viene meno, scioglimento psichico, essere in grado di vedere le proprie ombre, accettare il retroscena, come lo chiama Antonella. Farsi guardare dall’amore dello Spirito durante il silenzio stando lì dove siamo, svuotarsi di ciò che è superfluo per riempirsi dell’amore puro, creando lo spazio necessario per diventare canali dell’amore.

Meister Eckhart, mistico tedesco la cui opera ha avuto un ruolo nello sviluppo del pensiero di Antonella, afferma che in questo processo di spoliazione (morte mistica), l’anima si rende conto che è essa stessa il Regno dei cieli. Questa affermazione fa eco al vangelo di Lucail Regno di Dio è dentro di noi.

Siamo chiamati ad abbracciare sia l’ aspetto individuale che collettivo nel realizzare il Regno dei cieli. Ogni individuo ha il mandato di realizzare la coscienza cristica. I risvegliati, gli eletti o gli amati, sono gli individui che rispondono all’amore divino, e vengono quindi a formare un corpo. Stessa direzione, stessa sostanza. La dimensione collettiva è quindi rappresentata dal corpo mistico che agisce per la santificazione dell’umanità: la comunità dei santi e dei risvegliati. Un corpo mistico che vibra all’unisono, come sottolinea Antonella.

Il Regno è un corpo luminoso, trasversale tra cielo e terra, visibile e invisibile insieme.

Questo ci riporta a come Antonella spiega la dimensione dello spazio-tempo (il temporale e l’eterno, il finito e l’infinito sono dimensioni, soglie). Spalancare gli orizzonti: questi limiti sono attraversabili quando la coscienza si apre.

Dimensione spazio-tempo, quindi vita terrena: ci viene offerta gratuitamente l’opportunità preziosa di risvegliare la memoria, realizzare incarnazione e resurrezione, e ricevere le in-formazioni, la geometria, la forma, che poi ci porteremo dopo la morte biologica del corpo. È simile al lavoro di un artigiano che, per creare una forma, utilizza un materiale come il gesso o un altro tipo di stampo. Il materiale iniziale, che serve come supporto o forma provvisoria, viene usato per ottenere il modello desiderato. Una volta che il modello è stato creato, lo stampo o il supporto vengono rimossi o messi da parte. Ciò che rimane è l’essenza pura della forma, quella che è stata effettivamente creata e che conserva la sua vera natura.

Spazio-tempo come palestra di prova, chiamata, tassello necessario quindi del percorso che spinge al compimento di ciascun individuo, spazio-tempo sono necessari ma bisogna anche distaccarsi per guardare oltre, spostarci da questa soglia. Non finisce tutto qui davanti ai nostri occhi, il materiale. C’è oltre. Dobbiamo imparare a spalancare gli orizzonti, attraversare queste soglie. Questi limiti sono permeabili. Altrimenti rischiamo di comportarci come pesci che pensano che il mondo dell’acqua sia l’unico esistente, non avendo mai messo la testa fuori e respirato i cieli.

Antonella ci esorta a vivere il cammino sulla terra come via di conoscenza delle dimensioni segrete del Cielo. Gesù ha realizzato la sua natura divina nello spazio-tempo, accettando il limite, vivendo il limite, aprendo questo canale di luce, opportunità per tutti, potenzialità che si è innervata nell’essere umano grazie all’esperienza di Gesù Cristo. Vivere lo spazio-tempo cercando di realizzare il proprio mandato, stare nello spazio-tempo ma consapevoli che il tempo appartiene all’eterno, il finito appartiene all’infinito. Che i cieli sono anche quaggiù, non lassù (vedi Antonella in Dentro il silenzio, p. 15). La terra è dentro i cieli ma li vede lassù quando non riesce a sentirli dentro di sé.

Sciogliere il blocco granitico rappresentato dalla mente: è la mente a creare il peso, la resistenza. Lo Spirito Santo, la Madre che è in Dio, accoglie ogni peso, lo trasforma in luce, ma la disponibilità della creatura è necessaria. Rispondere all’amore, farsi raggiungere.

A chi ha, sarà dato e sarà nell’abbondanza; e a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha (Mt 13,12)

Antonella spiega così questa citazione dal vangelo di Matteo: chi nella vita terrena si è aperto alla vita dello Spirito, chi si è fatto attraversare, chi si è fatto amare, chi ha risposto all’amore, chi si è conformato alla misura dell’ordine divino, chi è stato in quella misura, lo sarà ancora di più dopo, nella vita dopo la morte biologica. Chi invece è rimasto chiuso, attaccato al materialismo e ai falsi idoli, accrescendo il proprio ego, non potrà portare con sé queste illusioni di ricchezza al momento della morte biologica, e così ne rimarrà privo.

La rivelazione è conoscere in spirito e verità. Questa conoscenza svela l’essere nell’Essere, s’irraggia.

Lo scopo della vita terrena è la santità, la santificazione.

La santità è stare nel mondo senza appartenere al mondo, quindi liberati dallo spirito del mondo. È il segno del Regno.

Rinvio al sito Pustiniaitalia.org per una lista dei volumi e degli articoli pubblicati da Antonella.

Qui mi limito a condividere alcune mie pubblicazioni sul pensiero di Antonella.

Allego una recensione che ho scritto sul volume di Antonella Passione Secondo Maria Maddalena (Lindau, 2025), pubblicata da Il Regno, Giugno 2025.

Allego una recensione che ho scritto sul volume di Antonella Mistica e Coscienza (Edizioni Paoline, 2024), pubblicata da Il Regno, Settembre 2024.

Questa è una recensione di Mistica e Coscienza che ho scritto in inglese, pubblicata dalla rivista Teresianum con la casa editrice Brepols. La rivista si occupa di Teologia spirituale ed è gestita dalla Pontificia Facoltà Teologica Teresianum di Roma.

Coltivare il bene comune

Questo il link ad un articolo che ho scritto per Comunità di connessioni: https://www.comunitadiconnessioni.org/articoli/costruire-il-bene-comune-percorsi-di-interiorita-per-una-societa-riconciliata/

Antonella Lumini

Antonella Lumini ha sviluppato una profonda visione mistico-teologica che condivide attraverso i suoi scritti e gli incontri che tiene in tutta Italia, sia online che di persona. Conosciuta come “la custode del silenzio”, Antonella ha trascorso 40 anni come eremita dedicandosi alla contemplazione e allo studio della sacra scrittura.

Per rimanere aggiornati sulle sue attività, invito a visitare il sito di Pustinia Italia www.pustiniaitalia.org; gli interventi di Antonella sono disponibili su: www.youtube.com/@pustiniaitalia8431


Antonella riesce a far emergere l’assoluto nella trama del tempo vissuto, la trascendenza nella vulnerabilità dell’umano.

L’opera di Antonella presenta un sistema mistico-teologico di straordinaria bellezza e originalità, in cui intuizioni innovative e una rilettura illuminante dei principali concetti cristiani si intrecciano e arricchiscono reciprocamente. La sua visione, unica nel suo genere, per essere pienamente compresa e interiorizzata invita a una riflessione profonda, poiché capace di aprire nuovi orizzonti spirituali. La ricca simbologia, la complessità delle concettualizzazioni e l’uso di un linguaggio chiaro e diretto ma anche simbolico e poetico rivelano in modo intenso le esperienze interiori che hanno ispirato il suo lavoro, donandogli una dimensione di autenticità e profondità che parla direttamente all’anima.

Il progetto di questo sito si propone di mettere in risalto la bellezza, la ricchezza e la forza rigeneratrice, trasformativa di questa visione, approfondendo i concetti che la definiscono e sottolineandone la rilevanza per la vita spirituale contemporanea. Non tutti gli scrittori sono pensatori originali, e non tutti i teologi sono mistici, così come non tutti i mistici sono teologi. I pensatori originali sono coloro che tracciano sentieri inesplorati, offrendo chiavi di lettura innovative. Non si limitano a muoversi entro i confini del pensiero consolidato, ma li oltrepassano. Esistono infatti diverse tipologie di scrittori. Alcuni si dedicano all’analisi e alla riflessione critica, un approccio essenziale per contestualizzare e spiegare, ma che rimane ancorato a ciò che è già stato detto o scritto. Altri, invece, sono veri e propri pensatori originali. La loro visione nasce da un’intuizione creativa profonda, capace di generare nuovi paradigmi, ridefinire concetti e offrire prospettive inedite che trasformano il modo in cui comprendiamo la realtà e la spiritualità. Antonella si colloca tra questi ultimi.

La pratica meditativa e la via dell’abbandono proposte da Antonella si distinguono per la loro semplicità, fondata su un’esperienza diretta di Dio. Non richiedono alcuna tecnica specifica, ma piuttosto un atteggiamento di apertura, ascolto e abbandono. Tuttavia, il suo pensiero mistico e teologico si rivela particolarmente ricco, complesso, radicato in una reinterpretazione profondamente originale dell’antropologia e della teologia biblica. Questo pensiero trae in parte ispirazione dalla filosofia greca (in particolare Plotino), dalla letteratura patristica e del deserto, dalla mistica ebraica (con una particolare attenzione alla concezione della creazione dei mondi e del peccato), dalla psicologia (con un focus sull’interiorità, introspezione, crescita interiore, l’ego), dall’ antropologia biblica, dalla mistica renana (Meister Eckhart, Angelus Silesius), nonché dall’opera di Simone Weil e di Giovanni Vannucci. La visione di Antonella, pur lasciando emergere tracce di queste tradizioni, le rielabora e le trascende, dando vita a un sistema di pensiero profondamente innovativo, permeato di luce e grazia.

Antonella esplora temi del percorso di trasformazione interiore e spirituale attraverso un linguaggio limpido e accessibile ma al tempo stesso intensamente evocativo, capace di toccare le corde più intime dell’anima. Dal mio punto di vista, comprendere la sua interpretazione della via di salvezza cristiana è fondamentale per chi desidera immergersi completamente nella sua visione e pratica spirituale. Antonella rivisita numerosi concetti biblici, reinterpretandoli in una prospettiva mistico-psicologica, collegandoli al cammino di crescita interiore; questa prospettiva è capace di restituire loro vitalità e attualità, facendoli risuonare profondamente con l’esperienza personale di ciascuno. La sacra scrittura, così reinterpretata, interroga l’individuo, invitandolo a confrontarsi con il messaggio di salvezza cristiana in modo intimo e diretto. Si crea così un ponte, un dialogo fecondo tra l’insegnamento contenuto nel testo biblico e la realtà presente, rendendo la Parola attuale, capace di illuminare e trasformare il cammino spirituale dell’individuo contemporaneo. Questo scambio continuo tra tradizione e esperienza personale apre nuove prospettive, rendendo il messaggio biblico intimo, incisivo e profondamente rilevante nella vita di chi lo accoglie.

Affinché le verità dell’annuncio evangelico possano rivelare all’individuo contemporaneo tutta la loro attualità e forza, è necessario che vengano riformulate in un linguaggio che risuoni con la sensibilità della società odierna. Antonella riesce a compiere tutto questo, offrendo una prospettiva profondamente materna e accogliente: una voce che sa nutrire e sostenere, ma al contempo scuotere dal torpore, portando luce e consapevolezza nelle coscienze.

La sua opera costituisce un grande contributo in diversi ambiti del sapere quali ad esempio la teologia spirituale, antropologia biblica, storia del pensiero mistico. Integrando e sviluppando ulteriormente riflessioni provenienti da vari ambiti del sapere in una visione originale e coerente, Antonella dimostra una profonda padronanza della Sacra Scrittura e delle fonti mistiche e filosofiche, sia antiche che moderne.

Si studiano le vie mistiche di San Giovanni della Croce, Santa Teresa d’Avila, Thomas Merton, Henri Le Saux, e anche di altri grandi maestri come Meister Eckhart, Julian of Norwich, Marguerite Porete, Teresa di Lisieux, Simone Weil: il sistema di Antonella può essere messo accanto a queste tradizioni per la meraviglia, potenza, forza trasformativa, originalità e ricchezza che esso esprime. Il suo pensiero è teologico, perché ha proposto una rinnovata visione dei dogmi cristiani, e al contempo è mistico, poiché non si esaurisce nella speculazione intellettuale, ma si radica in un’esperienza diretta e intima di Dio. La sua spiritualità è profondamente interiore, fondata su un incontro autentico con il divino, capace di trascendere la riflessione per trasformarsi in vita vissuta.


Antonella è madre, madre spirituale: da molti anni accompagna nel cammino interiore centinaia di persone. Il passaggio che cito sotto, tratto dal bellissimo volume di Antonella intitolato Dio è Madre, parla profondamente al mio cuore perché, in essenza, mi parla di lei. Questo passaggio rivela che Antonella è stata prima figlia in cammino, è poi diventata madre che nutre, capace di accogliere, sostenere e generare vita spirituale in coloro che si affidano alla sua guida.

Nel viaggio mistico dell’anima descritto in Dio è Madre, l’anima penitente (in cui vedo chiaramente Antonella all’inizio del suo cammino spirituale) è in dialogo con Santa Maria Maddalena, la sua guida, che le appare in visione.

Maria Maddalena dice all’anima penitente:

Nutrendoti di latte spirituale, ti insegnerò la lingua del puro amore che solo la divina maternità può insegnare alla figlie affinché diventino a loro volta madri. Come ha fatto con me, io farò con te. Di madre in figlia, si espande, non il mondo ma l’opera creatrice che attende il regno dell’amore.

Maria Maddalena fa intendere che anche lei prima è stata a sua volta figlia in cammino, il percorso di guarigione e trasformazione spirituale che ha intrapreso l’ha condotta poi a divenire madre, in grado dunque di nutrire altre figlie. Come ha fatto con me: qui Maria Maddalena si riferisce alla Madre, lo Spirito Santo, divina maternità in Dio. Nel racconto narrato in Dio è Madre, attraverso un viaggio di trasformazione che include la morte mistica, l’anima penitente diventa figlia. La figlia, ricevendo nutrimento spirituale direttamente dalla Madre (lo Spirito Santo) tramite l’iniziazione della madre (Maria Maddalena), cresce e si trasforma, diventando essa stessa madre. In questa maternità spirituale, Antonella si fa custode della luce e nutrice di anime. Capace quindi di stare al mondo nutrendo a sua volta altre figlie: perpetuando un ciclo in cui l’amore si espande attraverso la maternità spirituale.

Grazie, Antonella, per quell’amore e quella luce che doni sempre in abbondanza. Sei madre, madre spirituale: presenza che accoglie, nutre e custodisce.

“Tu, o Signore,
per grazia
sei nato nell’anima mia”
(Santa Camilla Battista Varano)

Che il Regno dell’Amore continui a crescere in mezzo a noi e per mezzo di noi, come un seme nascosto che il sole risveglia
e la terra accoglie. Presenza viva.

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