Giovanni 14,12-20: vorrei riprendere ancora il commiato di Gesù, e leggerlo alla luce della visione mistica-teologica di Antonella.
“In verità, in verità vi dico: chi crede in me compirà anch’egli le opere che io compio, e ne farà di ancora maggiori, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualcosa nel mio nome, io la farò. Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. E io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro Paraclito (ἄλλον παράκλητον), perché rimanga con voi per sempre.
Lo Spirito della verità (τὸ πνεῦμα τῆς ἀληθείας), che il mondo non può ricevere perché non lo vede né lo conosce; voi lo conoscete, perché dimora presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò a voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; ma voi mi vedrete, perché io vivo e anche voi vivrete. In quel giorno saprete che io sono nel Padre mio, e voi in me e io in voi”.
In questo meraviglioso discorso di Gesù, si delinea il passaggio dalla presenza fisica di Gesù del Cristo alla presenza spirituale di Cristo, la nascita della Chiesa interiore e universale, i figli e le figlie di Dio. L’era dello Spirito: la comunità dei cuori abitati, in cui ogni credente diventa tempio della Trinità. L’homo spiritualis, di cui parla Antonella, si riconosce in questa promessa: generato dallo Spirito della verità, immersi nella vita del Figlio. Quando questa consapevolezza si risveglia, il tempo diventa spazio sacramentale della Presenza: l’eterno nel tempo, Dio che vive in noi e noi in Dio.
Gesù annuncia che chi crede in lui compirà opere maggiori. Il superlativo indica un’espansione della stessa energia divina che opera nel Cristo e continuerà ad agire nei suoi. Espansione della spinta dell’Amore, coloro che rispondono all’amore contribuiscono alla sua espansione.
L’andare al Padre è un movimento di ritorno alla Sorgente affinché lo Spirito possa essere effuso. Gesù ascende perché la sua presenza possa diventare interiore, universale: non più confinata a un corpo fisico, ma comunicata a tutti i corpi credenti. Le opere maggiori sono dunque gli atti dello Spirito che trasforma la storia dall’interno: guarigioni dell’anima, riconciliazioni, risvegli di coscienza, semi d’amore, l’incarnazione nel mondo.
Chiedere nel mio nome non significa pronunciare una formula magica, ma entrare nella sua identità, agire nel suo stesso respiro. Dio in Dio. Il nome in linguaggio biblico è la presenza viva di ciò che si nomina; pregare nel nome di Gesù è lasciarsi abitare dal suo Spirito, pregare con la sua voce. Partecipare all’opera d’amore che glorifica il Padre nel Figlio.
L’amore come criterio di conoscenza. Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. I comandamenti non sono leggi esteriori, ma misure dell’amore. Osservare significa accordarsi alla frequenza dello Spirito. Solo chi ama può comprendere la rivelazione, perché l’amore stesso è la forma della conoscenza di Dio.
Il Paraclito: la Presenza interiore
Gesù promette ἄλλον παράκλητον — “un altro Paraclito”. Paráklētos significa “colui che è chiamato accanto”, ma anche “consolatore, difensore, intercessore”. Questo “altro” Paraclito non è diverso da Gesù, bensì la sua stessa presenza nello Spirito.
Lo Spirito della verità (πνεῦμα τῆς ἀληθείας) non può essere accolto dal mondo, cioè da una coscienza ancora chiusa nel visibile, ma dimora presso di voi e sarà in voi: è la vita divina che si interiorizza, il respiro eterno che abita la creatura.
Non vi lascerò orfani. In queste parole vibra la tenerezza del Cristo. Egli non fonda una dottrina, ma una relazione indistruttibile. La condizione d’essere orfani indica la perdita della guida, del senso, della sorgente. Ma lo Spirito, che è l’Amore, diventa la nuova Presenza che abita il cuore umano: un grembo che consola e orienta.
Io vivo e voi vivrete
Il verbo zō (ζῶ) è al presente: la vita risorta è già in atto. Gesù non dice “vivrete dopo la morte”, ma “poiché io vivo, anche voi vivrete”. La sua vita è la nostra vita: un’unica corrente che scorre dentro ogni creatura che crede.
È la partecipazione all’Amore, alla Luce, che trasforma la paura della morte in coscienza d’eternità.
Voi in me e io in voi
Il versetto 20 culmina con la formula mistica per eccellenza:
ἐγὼ ἐν τῷ πατρὶ… ὑμεῖς ἐν ἐμοὶ κἀγὼ ἐν ὑμῖν.
“Io nel Padre, voi in me e io in voi”.
È la rivelazione della unità trinitaria estesa all’umanità. Il compimento dell’unione.
La vita divina non è separata, ma circolare: il Padre nel Figlio, il Figlio nel credente, il credente nel Figlio.
Qui si compie la promessa di Giovanni 17,3: conoscere Dio significa vivere questa reciprocità, essere dimora dello Spirito.
Chi vive nello Spirito partecipa ora alla vita risorta del Cristo. La morte non interrompe questa comunione; anzi, la rivela.
Nel Figlio, l’umanità scopre che la vita è partecipazione: un fluire continuo dal Padre attraverso il Figlio dentro ogni essere che ama. È il vertice della rivelazione: la mutua inabitazione.
Dio è dentro la relazione stessa tra le coscienze che si aprono.
Il Padre abita nel Figlio, il Figlio abita in chi crede, e l’essere umano risvegliato,abita nel Figlio. Questa circolarità d’amore è la vita trinitaria estesa all’umanità.
Quando questa consapevolezza si accende, l’uomo diventa tempio, la terra diventa cielo, e la storia si fa dimora dell’Eterno.
L’homo spiritualis è colui che ha scoperto in sé il Paraclito, la Presenza che consola e illumina, figlio che vive nella Presenza. Respirare lo Spirito.
Gesù, il Vivente che agisce nel cuore di ogni coscienza risvegliata.