Il Vangelo apre soglie interiori ogni volta che lo si accoglie senza difese. Scava, trasforma.
Qui mi soffermo sulla parabola del seminatore nel Vangelo di Marco, condividendo una mia riflessione personale.
La parabola del seminatore, così come Marco la consegna (4,12–21), non è una parabola sull’ascolto della Parola: è una rivelazione sul modo di abitare il cuore. Una soglia che rivela chi siamo, che terreno interiore stiamo coltivando.
Nella parabola, il seminatore non seleziona il terreno: anzi, getta il seme con una generosità quasi scandalosa, come se la Parola non fosse data in base al merito, alla preparazione o alla purezza del suolo, ma affidata alla libertà e al rischio dell’essere umano. È un gesto che parla di Dio: un Dio che semina ovunque, anche dove apparentemente nulla può crescere.
Il dramma infatti non è nel seme, che è buono, vivo, potente, ma nel terreno che lo riceve. E il terreno è quello che siamo, qui e ora, il nostro spazio interiore.
C’è il terreno dove la Parola non riesce nemmeno a entrare: è il cuore reso impermeabile, per difesa, eccesso di rumore, stanchezza. Morte spirituale, terreno non fertile. C’è il terreno sassoso, che accoglie con entusiasmo ma senza profondità: è l’ascolto che si accende subito ma non sopporta il tempo, il peso, la prova. Manca di radicamento, affidamento, direzione. C’è il terreno soffocato dalle spine: la Parola cresce, ma viene lentamente strangolata dalle preoccupazioni, dal desiderio di possesso, dall’ansia di riuscire. E poi c’è la terra buona. Humus fertile. Non perfetta, non senza fatica. È la terra che accetta di essere lavorata, ferita, aperta. Terra che si offre. È il cuore che ascolta, accoglie e custodisce, lasciando che la Parola compia il suo lavoro silenzioso. Qui il frutto non è uniforme: trenta, sessanta, cento. Perché il compimento non è standardizzato; è personale, unico, legato alla storia di ciascuno, alle possibilità di ciascuno, al mandato di ciascuno.
Subito dopo, Gesù parla della lampada: la luce non è fatta per essere nascosta. È come se dicesse che la Parola, una volta accolta, chiede di diventare visibile, di prendere carne nella vita. L’ascolto autentico non resta interiore: trasforma lo sguardo, le scelte, il modo di stare nel mondo.
In quale terreno ci riconosciamo? Forse siamo tutti, a tratti, ogni tipo del terreno descritto da Marco. Quanto siamo disposti a lasciarci lavorare, scavare, purificare dallo Spirito? Il seme continua a essere gettato. La domanda resta aperta, ogni giorno.
La chiamata resta permettere alla Parola di scendere, di scavare. Terreno che accudisce il seme, lo nutre, lo protegge. Gestazione, dice Antonella. Dio non si incontra fuori dal vissuto, ma nel profondo dell’esperienza incarnata. Diventare dimora, terra abitata. Dove lo Spirito possa finalmente mettere radice e, nel tempo, fiorire. Il seminatore continua a seminare, giorno dopo giorno, nel silenzio delle nostre vite. Non chiede garanzie, non pretende risultati. Il seminatore non domina la terra, non la forza. Si affida. Come una madre, consegna ciò che ha di più vitale. Non controlla il processo, non accelera la crescita. Nutre, e attende. Il gesto della semina è un gesto materno: silenzioso, ripetuto, paziente, esposto alla perdita. La relazione è reciproca, intima, incarnata. La Parola si offre come ciò che sostiene la vita dall’interno. Come il latte materno, è vitale, essenziale, adatto a ciascuno secondo il suo tempo. La vita spirituale, spiega Antonella, è una gestazione. Non un fare, ma un lasciarsi fare. La Parola, nutre, plasma, trasforma. La vita dello Spirito dentro di noi. Solo coloro che rispondono all’Amore sono davvero amati. Dio ama tutti, ma coloro che rispondono ricevono l’Amore e lo diffondono.
In questa bellissima parabola c’è un dettaglio che a mio avviso spesso passa inosservato: il seme cade prima ancora che il terreno sia pronto. Non c’è un tempo di preparazione,il seminatore non pensa prima diventa terra buona, poi riceverai il seme”. Il dono dell’Amore di Dio precede la disponibilità. È una logica materna. La vita viene offerta prima che il figlio sappia accoglierla. Anche il terreno battuto, anche quello sassoso, anche quello soffocato: nessuno è escluso dal gesto originario. Tutti sono raggiunti. Il seminatore non corregge i terreni, non separa il buono dal cattivo.
Altro elemento da notare: il frutto non dipende dall’intensità dell’accoglienza iniziale. Il terreno sassoso accoglie con gioia, eppure non porta frutto. Antonella Lumini lo ripete con forza: l’esperienza spirituale coincide con la fedeltà al processo interiore, attraversare la notte. Fedeltà, radicamento.
Un altro elemento a cui ho fatto riferimento sopra è la sproporzione finale: trenta, sessanta, cento. Non c’è simmetria, non c’è equità. Il frutto non è misurabile né confrontabile. Ognuno porta il frutto che può, secondo la propria storia, il proprio limite, la propria ferita. Il Regno non funziona per standard, ma per unicità.
E poi c’è la luce. Gesù non parla subito di frutto, ma di una lampada. Come se il vero segno della Parola accolta non fosse ciò che produce, ma ciò che illumina. Non un fare di più, ma un vedere diverso. Lo sguardo spirituale. La Parola, quando scende in profondità, cambia lo sguardo prima ancora di cambiare le azioni. Antonella direbbe: trasforma l’essere prima del fare. Trasformazione, rinascita. Risveglio. Risveglio alla vita eterna.