Il rapporto tra materia e spirito trattato sopra, centrale nel pensiero di Antonella, trova una delle sue espressioni più significative nell’interpretazione del termine greco sarx (σάρξ), che compare frequentemente nel Nuovo Testamento. In testi come Spirito Santo: divina maternità, amore in atto (p. 148) e Mistica e coscienza (p. 84), Antonella approfondisce il significato di questa parola, mettendo in luce come la traduzione e l’interpretazione di sarx abbiano spesso contribuito a rafforzare un dualismo errato tra materia e spirito.
Antonella mette in risalto, e molto bene a mio avviso, il campo semantico del termine greco sarx, che rimanda alla realtà fisica ma il suo significato è più ampio, e include anche il piano psichico, le emozioni, l’ambito della volontà. In questo senso, sarx non si limita alla mera materialità del corpo, ma abbraccia la dimensione interiore e psicologica dell’essere umano.
Ad esempio, nel passaggio di Giovanni che Antonella ha piu volte commentato in modo approfondito e ispirato (facendo emergere la sua capacità di cogliere i significati più profondi del testo) quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito (vedi in Gv 3, 5-8), viene utilizzato il termine sarx. Antonella spiega che qui “carne”, sarx, allude alle forze psichiche, egoiche che possiedono la vita, la usurpano, la schiacciano con la violenza, l’ingiustizia, lo spirito di morte.
San Paolo utilizza sarx per indicare la condizione umana nella sua fragilità, nella sua inclinazione al peccato e alla separazione da Dio. Tuttavia, questo termine non indica la materia in sé come negativa, ma piuttosto uno stato interiore di chiusura e resistenza allo Spirito. Ad esempio, in Galati 5,17 : La carne ha desideri contrari allo Spirito, Paolo evidenzia non una condanna del corpo, ma la tensione tra l’ego (la carne) e la volontà di Dio (lo Spirito). Antonella spiega che San Paolo, nella sua riflessione teologica, dà grande rilievo alla relazione dinamica tra i piani carnale, psichico e spirituale. La sarx, per Paolo, diventa spesso il simbolo della condizione umana dominata dal peccato e dalla volontà distorta, ma non è intrinsecamente malvagia. La tensione tra la carne e lo spirito, centrale nelle sue lettere, è un richiamo alla trasformazione dell’interiorità, dove lo Spirito Santo opera per integrare e redimere ogni aspetto della persona. Paolo, con la sua visione complessa, ci invita a riconoscere la profonda unità dell’essere umano, in cui il corpo, la psiche e lo spirito sono chiamati a partecipare insieme al mistero della redenzione.
Antonella sottolinea come l’interpretazione giudicante, restrittiva del termine per “carne” abbia contribuito nei secoli a una visione dualistica e punitiva del corpo e della materia. Questa lettura ha alimentato una concezione in cui il corpo viene visto come ostacolo alla crescita spirituale, e la salvezza è intesa come separazione e superamento del mondo materiale. Secondo Antonella, questo approccio non riflette il vero messaggio del Vangelo, che invece proclama l’incarnazione di Dio nella carne come atto redentivo che riconcilia materia e spirito. Cristo, nella sua incarnazione, non ha negato la carne ma l’ha trasfigurata, rendendola strumento di grazia e rivelazione.
A p. 84 di Mistica e coscienza, Antonella spiega un processo che merita attenzione, che da linguista mi preme approfondire ulteriormente. Nella traduzione in latino della Bibbia greca, è stato utilizzato il termine latino caro, carnis (letteralmente “carne”, la parte materiale, tangibile, mortale dell’essere umano) per tradurre il greco sarx. Tuttavia, mentre caro si riferisce principalmente alla materialità, indicando la carne in senso stretto, come polpa o sostanza fisica, sarx possedeva un campo semantico più ampio. In latino, caro viene intesa letteralmente come “carne”, enfatizzando la materialità e quindi quando tradotti letteralmente i passaggi di Giovanni e San Paolo sembrano suggerire che il corpo stesso sia fonte di peccato o ostacolo alla spiritualità. Questo passaggio ha comportato una significativa perdita di significato, poiché caro non riesce a mantenere l’integrazione con la dimensione psichica che caratterizzava il concetto di sarx. Questo spostamento a caro, carnis, apparentemente tecnico, rivela implicazioni profonde che hanno influenzato secoli di pensiero cristiano e la percezione del rapporto tra materia e spirito, contribuendo a una dicotomia più rigida tra carne e spirito nella tradizione occidentale, enfatizzando la contrapposizione piuttosto che l’interconnessione.
Giovanni 1,14: Καὶ ὁ λόγος σάρξ ἐγένετο
Il Verbo si è fatto carne (greco sarx)
Latino (Vulgata): Et Verbum caro factum est
In questo contesto, sarx nell’originale giovanneo non indica solo la corporeità di Cristo, ma la sua partecipazione completa alla condizione umana, comprese le sue fragilità e sofferenza. Molti traducono infatti “si è fatto uomo”.
Vorrei integrare il contributo di Antonella con una breve osservazione di carattere linguistico. Nel campo della linguistica, il fenomeno che Antonella ha descritto può essere interpretato come una forma di sostituzione lessicale con restringimento semantico, che contribuisce alla nascita di una dualità concettuale laddove originariamente c’era una visione più unitaria. Sarx aveva un campo semantico più ampio (includendo aspetti fisici e psichici); caro invece restringe il campo semantico all’aspetto materiale e fisico della “carne”, introducendo una dicotomia con lo spirito che non era presente in sarx. Quindi assistiamo ad una differenziazione semantica e specializzazione lessicale, e in particolare ad un processo di sostituzione lessicale con restringimento semantico. Sostituzione lessicale/traduzione: un termine viene sostituito da un altro durante il processo di traduzione, tuttavia il nuovo termine non copre interamente il campo semantico del precedente e, di conseguenza, contribuisce a creare una dualità o una nuova dicotomia. Restrizione semantica: il nuovo termine si applica a un campo semantico più ristretto rispetto al precedente, lasciando fuori alcune sfumature o significati originari. Questo restringimento porta a una riorganizzazione della categorizzazione concettuale, facendo emergere distinzioni che prima non erano percepite.
In breve, questo slittamento dal piano simbolico a quello fisico ha contribuito a generare un’immagine del corpo come prigione dell’anima, in linea con l’influenza del pensiero platonico e neoplatonico, sull’Occidente cristiano. Questo processo ha avuto effetti profondi non solo sulla teologia, ma anche sulla spiritualità quotidiana e sulla visione della vita monastica e ascetica, contribuendo all’idea che la santità comporti il rifiuto del corpo e delle sue esigenze.
Altro elemento centrale sottolineato da Antonella riguarda la lingua ebraica: il termine ebraico baśār, tradotto generalmente come “carne”, offre un’ulteriore sfumatura. Nella tradizione ebraica, baśār non si limita alla dimensione materiale del corpo, ma descrive l’essere vivente nella sua totalità, unendo fisico, psichico e spirituale in una visione integrata della persona.
Il messaggio evangelico illumina il cammino verso una profonda riconciliazione tra spirito, anima e corpo.
Antonella propone di recuperare il significato originario di sarx per liberare la spiritualità cristiana da una lettura riduttiva e penalizzante del corpo. Il vero ostacolo è l’ego separato (la sarx giovannea e paolina), ossia quella parte dell’essere umano che si oppone all’azione dello Spirito Santo. Riformulare il linguaggio teologico è fondamentale a mio avviso, perché il modo in cui esprimiamo i concetti spirituali influisce profondamente sulla nostra percezione della realtà, di Dio e di noi stessi. Il linguaggio non è solo un mezzo neutro di comunicazione, ma plasma il pensiero, modella l’immaginario collettivo e orienta l’esperienza di fede. Nel cristianesimo, la teologia non è semplicemente una disciplina accademica, ma uno strumento che ci aiuta a comprendere e vivere la relazione con Dio. Se il linguaggio utilizzato per descrivere questa relazione è limitato o fuorviante, il rischio è di trasmettere un’immagine distorta della fede. Infatti, un linguaggio che separa materia e spirito può alimentare una spiritualità disincarnata, lontana dalla concretezza della vita quotidiana. Termini che sottolineano il genere o termini obsoleti e/o mal tradotti possono consolidare visioni dualistiche e punitive che allontanano le persone da un’esperienza profonda di unità con Dio. Inoltre, il linguaggio teologico, se rimane ancorato a termini arcaici e distanti, rischia di non comunicare efficacemente con l’uomo moderno. Riformulare il linguaggio significa tradurre l’esperienza spirituale in termini che siano accessibili, autentici e trasformativi, senza perdere la profondità del messaggio. Il linguaggio plasma la visione della spiritualità. Ad esempio, il lessico della fisica, dell’astronomia, della medicina e di ogni altro campo del sapere viene costantemente aggiornato e riformulato per rispecchiare nuove scoperte, evoluzioni concettuali e una maggiore precisione terminologica. Questo processo di aggiornamento non è solo un esercizio accademico, ma una necessità vitale per mantenere la conoscenza accessibile, pertinente e capace di dialogare con il presente.