La parabola dei talenti: essere custodi

La prospettiva offerta da Antonella sulla parabola della moltiplicazione dei pani mi ha evocato un interessante collegamento con la parabola dei talenti (Matteo 25, 14-30), dove Gesù ci invita a mettere a frutto i doni ricevuti. Entrambe le parabole, sebbene diverse, convergono su un messaggio fondamentale: ciò che ci viene dato non è destinato a essere trattenuto o nascosto, ma condiviso, moltiplicato e trasformato in un bene più grande.

Il talento nell’antichità era una unità di misura monetaria (tra l’altro citata anche nell’Iliade). La parabola del Vangelo narra che un uomo, prima di partire per un lungo viaggio, affida i suoi beni a tre servi: al primo affida cinque talenti. Al secondo affida due talenti. Al terzo affida un talento. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno (Mt 25,15). La diversa distribuzione dei talenti rivela che ciascuno riceve secondo la propria capacità. Si tratta dunque di un dono personalizzato.  Dopo molto tempo, il padrone torna e chiede conto di ciò che i servi hanno fatto con i beni affidati: il primo e il secondo servo hanno investito i talenti e li hanno raddoppiati, ottenendo rispettivamente altri cinque e altri due talenti. Il terzo servo, invece, per paura di perdere il talento, lo ha nascosto sottoterra e restituisce al padrone solo quello che gli era stato dato. Il padrone premia i primi due servi con responsabilità maggiori e gioia, mentre critica duramente il terzo servo per la sua pigrizia e mancanza di iniziativa.

Questa bellissima parabola  investe in pieno il nostro rapporto con il quotidiano, con la realtà di ogni giorno. Descrive infatti una situazione quotidiana per molta gente di quel tempo: servi al servizio di un padrone, il lavoro, l’atteggiamento verso le responsabilità. Dunque ci invita a riflettere sull’attenzione che dedichiamo al quotidiano, quanto ci circonda, in cui siamo immersi e spesso rischiamo di trascurare, non darvi peso, di non conoscere. Ebbene, è nella realtà di ogni giorno che ci costruiamo come persone e tessiamo le relazioni che danno significato e profondità al nostro esistere. Allora le piccole cose del quotidiano non sono affatto così piccole.

Dono, il talento, che è anche compito e che chiede di non essere sprecato o ignorato o disprezzato, ma accolto con gratitudine attiva e responsabile. Il nostro impegno personale è il terreno su cui la grazia può operare. Il rischio è quello di sprecare la vita, vivere una vita non vissuta. Morte spirituale. Non ci è richiesto di essere degli eroi, ma siamo chiamati a vivere in pienezza.

Il gesto del servo pigro è una mancanza di risposta alla fiducia che il padrone gli ha accordato affidandogli i suoi beni da amministrare. Ed è anche mancanza di fiducia in se stesso, un dichiararsi inadatto a compiere il servizio richiesto, quindi auto-condanna. Pigrizia, la via apparentemente facile, comoda. Senza impegno. Sotterrando il denaro per non perdere nulla, quel servo ha cercato di salvare tutto e invece ha perso tutto: il denaro e se stesso. Infedele al padrone e infedele a se stesso. Paralizzato dalla paura, paura della vita, del padrone, che nasce da un’immagine di Dio distorta. La sterilità in cui si è confinato rappresenta il marchio della sua mancanza di responsabilità

Elemento significativo che non è affatto rilevante ai fini del messaggio della parabola il numero di talenti ricevuti: il padrone risponde allo stesso modo ai servi responsabili, quindi anche l’ultimo, che ne aveva ricevuto uno solo, avrebbe ricevuto la stessa ricompensa degli altri se avesse anche lui impiegato il suo talento. Il testo enfatizza un aspetto essenziale: il tempo. Il trascorrere del tempo è rivelatore. Subito (Mt 25,15) i primi due servi impiegano il denaro e ottengono dei guadagni commisurati alle somme ricevute e impegnate. Il terzo servo scava una buca nel terreno e lo sotterra. Dopo molto tempo (Mt 25,19) torna il padrone. Quindi subito e dopo molto tempo sottolineano la dimensione del trascorrere del tempo. Possiamo dedurre che i primi due servi hanno saputo mettere a frutto il primo grande dono di cui possono usufruire, cioè il tempo, e non lo gettano via. Tempo perduto è il tempo non pieno, non vissuto, tempo vuoto, vissuto senza lasciare traccia, senza consapevolezza.

Sotterrando il denaro per non perdere nulla, quel servo ha cercato di salvare tutto e invece ha perso tutto: il denaro e se stesso.

Attraverso i temi della vigilanza, diligenza, custodia, questa parabola ci invita a saper valorizzare i doni ricevuti e assumere pienamente la responsabilità della nostra vita. È un richiamo anche alla gratitudine e al prenderci cura con attenzione delle poche e semplici cose che abbiamo a disposizione, che, pur nella loro apparente piccolezza, sono preziose e inestimabili. Proprio attraverso di esse si misura che tipo di umanità vogliamo realizzare.

error: Content is protected !!