Mi vorrei soffermare di nuovo sul verbo greco mένειν, il verbo della “dimora” nel Vangelo di Giovanni.
Come ho già messo in evidenza, tra i termini chiave del Vangelo di Giovanni, il verbo μένω (menō) occupa un posto centrale e rivelatore. Ricorre più di quaranta volte nel corpus giovanneo, spesso in contesti di relazione. Tradotto comunemente con “rimanere” o “dimorare”, questo verbo indica molto più di una semplice permanenza spaziale o temporale: esprime una relazione di reciprocità e interiorità, una comunione che si fa presenza viva e duratura.
Nel linguaggio teologico di Giovanni, il verbo viene trasfigurato: non si tratta di “restare, fermarsi da qualche parte”, ma di un restare interiore, “appartenenza” direbbe Antonella. Radicamento.
Quando Gesù dice:
«Rimanete in me e io in voi» (Gv15,4)
introduce un movimento reciproco: il discepolo è chiamato a dimorare in Cristo, e Cristo dimora nel discepolo. L’immagine della vite e dei tralci (Gv 15,1-8) illustra perfettamente questa interdipendenza vitale: il tralcio non vive da sé, ma dalla linfa che riceve dalla vite. In questa prospettiva, menō diventa un verbo dell’interiorità, dell’abitare reciproco. L’amore è una presenza che chiede ospitalità nell’intimo dell’essere umano.
La dimora come relazione: già all’inizio del Vangelo, il verbo è legato all’esperienza dell’incontro. Quando i primi discepoli chiedono a Gesù:
«Rabbi, dove dimori?» (pou meneis, Gv 1,38), egli risponde:
«Venite e vedrete» (erchesthe kai opsesthe).
Non indica un luogo fisico, ma li invita a fare esperienza della sua presenza, a condividere la sua vita. “Dimorare” in Gesù è entrare nella sua comunione con il Padre, partecipare della sua stessa vita divina.
Questo tema si intensifica nel capitolo 14, dove Gesù promette:
«Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore (monai)…» (Gv 14,2)
e ancora:
«Se uno mi ama… il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora (monēn) presso di lui» (Gv 14,23).
Qui menō e il suo sostantivo monē diventano parole trinitarie: la dimora è l’abitazione di Dio nel cuore dell’essere umano e, simultaneamente, dell’essere umano in Dio. Mistica incarnata.
Altro elemento importante da sottolineare: il verbo menō esprime anche la fedeltà nella prova. Dinamica dell’amore e della fedeltà Gesù rimane nell’amore del Padre («Io rimango nel suo amore», Gv 15,10), e invita i discepoli a fare lo stesso: «Rimanete nel mio amore». La permanenza non è statica, ma implica una continua adesione, una decisione rinnovata ogni giorno.
L’amore come stato di dimora reciproca, radicamento esistenziale.
Così, quando nel capitolo 6 Gesù parla del pane di vita, l’uso di menō si fa eucaristico:
«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui» (Gv 6,56).
La comunione sacramentale diventa il segno tangibile di questa permanenza, che trasforma l’essere umano dall’interno.
Il verbo dell’eterno presente. L’eternità, per Giovanni, è una categoria del presente. “Rimanere” significa essere già ora nella vita eterna: chi dimora in Cristo partecipa fin d’ora della vita divina.
Menō è quindi il verbo dell’“eterno nel tempo” — come direbbe Antonella — perché designa il punto in cui la temporalità umana viene attraversata dalla presenza stabile del divino, sorgente che non passa.
Il verbo menō racchiude l’essenza della spiritualità giovannea: abitare nell’amore, restare nella Presenza, lasciarsi abitare dal divino.
In un mondo dominato dal movimento, dal consumo e dalla dispersione, Giovanni ci richiama al verbo della stabilità interiore: rimanere.
“Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto” (Gv 15,5): è forse la sintesi dell’intera mistica cristiana.
Rimanere in Cristo significa vivere il tempo come epifania dell’eterno, la relazione come sacramento della Presenza.
Ecco allora possiamo ricollegarlo all’insegnamento di Antonella dell’appartenenza senza scarto, della custodia del Verbo, della parola, diventare canale, manifestazione.