“Seguimi” : la parola di Gesù che apre il cammino, la sequela.
È una parola nuda, essenziale, diretta. Una parola che tocca il centro dell’essere umano, perché invita ad uscire da sé, a lasciare la posizione in cui ci si è fermati. Mettersi in cammino essendo chiamati per nome, attesi. Il cammino non si fonda sulla certezza di essere pronti, ma sulla fiducia in Colui che chiama.
Vorrei proporre alcune mie riflessioni su questa parola evangelica inquadrandola dentro la visione mistico-teologica proposta da Antonella.
Nel Vangelo, Gesù pronuncia “seguimi” in situazioni molto concrete. Chiama uomini e donne immersi nel lavoro, nelle relazioni, nelle fatiche quotidiane.
Chiama pescatori mentre gettano le reti, mentre sono al lavoro, nella loro quotidianità. Chiama Matteo seduto al banco delle imposte. Chiama persone che hanno una storia, un mestiere, un carattere, delle paure, delle ambiguità. La chiamata non cade in uno spazio ideale, cade dentro la vita reale.
Gesù non aspetta che la vita sia diventata pura, perfetta. Entra mentre siamo ancora dentro le nostre reti, i nostri banchi, le nostre abitudini, le nostre difese. Ci chiama, ci raggiunge nel punto esatto in cui ci troviamo.
“Seguimi” significa proprio questo: da qui può iniziare il cammino, da dove siamo. Non da un’immagine migliore di noi stessi. Non da un momento perfetto che forse non arriverà mai. Ma dalla vita concreta, a volte disordinata, fragile, stanca, contraddittoria. Gesù non chiama l’essere umano ideale, chiama l’essere umano nella sua realtà concreta.
Seguire Gesù significa entrare nella sua via. “Seguimi”, come a dire: cammina con me, resta con me, lascia che il mio modo di essere trasformi il tuo. Relazione da vivere. Conformarsi alla misura dell’Amore, come dice Antonella. Il seguire implica movimento. Coinvolge il passo, il cuore, il tempo, le scelte. Chi segue deve partire. La visione della vita eterna che Antonella propone è esperienziale, e si traduce in una nuova prospettiva interiore verso la vita nello spazio-tempo: uno sguardo che sa riconoscere l’infinito nel finito, l’eterno nel tempo, e incanalarlo, incarnarlo. La vita eterna è dunque un vivere nella luce dell’Amore che libera, trasfigura. L’eterno non è un aldilà da attendere, ma un aldiquà da trasformare.
Quando Gesù chiama i primi discepoli, essi lasciano le reti. Questo gesto è molto simbolico. Le reti sono il lavoro, la sicurezza, l’identità conosciuta, le certezze, i falsi idoli, le paure, le pesantezze, le cose non risolte, che finiscono per trattenerci. Ognuno ha le sue reti.
Ci sono reti visibili: abitudini, ruoli, possessi, progetti, relazioni vissute in modo possessivo. E ci sono reti interiori: paure, immagini di sé, rancori, bisogni di approvazione, desiderio di controllo, attaccamenti al passato, ferite trasformate in identità, pesantezze, risentimento.
Seguire Gesù non significa abbandonare esteriormente tutto ciò che si vive. Siamo chiamati a un distacco più profondo: quello dalle proprie reti, falsi idoli, dall’io egoico. Gesù desidera liberarci da tutto ciò che ci impedisce di aprirci e rinascere nell’Amore.
La chiamata di Matteo è molto significativa. Gesù lo vede seduto al banco delle imposte e gli dice: “Seguimi”. Matteo si alza e segue Gesù. Il dettaglio è potente: Matteo è seduto. È fermo dentro una posizione. Il banco delle imposte rappresenta forse un’identità sociale compromessa. Il pubblicano era percepito come collaboratore del potere romano, figura sospetta, spesso associata a ingiustizia e impurità morale. Gesù però non vede il pubblicano, vede l’uomo. Gli altri vedono una categoria., Gesù vede una persona. Gli altri vedono un passato, Gesù vede una possibilità. Gli altri vedono un peccatore seduto al banco, Gesù vede un discepolo che può alzarsi.
“Seguimi” è la parola che restituisce movimento a chi è bloccato, intrappolato, fermo. Matteo si alza. In quel gesto c’è tutta la conversione. Non è un cambiamento di luogo, ma un cambiamento di appartenenza, di direzione, di orientamento. Questo accade anche a noi. Ci sono luoghi interiori in cui siamo seduti da anni. Situazioni in cui abbiamo smesso di credere che sia possibile cambiare. Identità che ci siamo lasciati cucire addosso dagli altri o dalla nostra stessa colpa. Ma Gesù passa e rivolge a ciascuno di noi questo invito pieno di incoraggiamento e amore: “Seguimi”. Come chiamandoci per nome.
La vita cristiana non è un percorso lineare in cui chi segue non cade mai. È un cammino in cui, dopo ogni caduta, siamo nuovamente raggiunti dalla voce di Cristo. “Seguimi” significa anche: non restare nel tuo fallimento, non fare del tuo tradimento la tua ultima identità, non assolutizzare la tua debolezza.
L’invito di Gesù attraversa proprio il luogo della nostra fragilità. Pietro rinnega tre volte, eppure non perde il senso della sua chiamata. Dopo il tradimento, sulle rive del lago, Gesù non gli rinfaccia il passato per schiacciarlo. Gli domanda: “Mi ami?”. Come se dicesse: quanto successo non è la tua verità più profonda. Il tuo fallimento non esaurisce chi sei. C’è ancora un amore possibile in te. E proprio da lì può ricominciare tutto. Poi, ancora una volta, gli dice: “Seguimi”. Gesù ci tende la mano.
La vita consegnata diventa feconda, vita eterna. Seguire Gesù è il compimento più alto dell’essere umano.
“Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua”.
Prendere la croce non significa cercare la sofferenza, non significa subire passivamente l’ingiustizia. La croce non è culto della sofferenza. È la forma che l’amore assume quando resta fedele dentro il rifiuto, la prova, l’incomprensione, la perdita. Significa accettare le proprie responsabilità, rimanere fedeli fino in fondo alla propria chiamata, rimanere in quella Presenza nonostante il buio della prova. Nel linguaggio evangelico rinneghi sé stesso implica svuotarsi interiormente da tutto cui che non è necessario, dalla pretesa dell’io egoico di mettersi al centro: l’io che vuole possedere, controllare, dominare, difendersi sempre, avere ragione, cercare il proprio vantaggio, la propria immagine, la propria sicurezza. Smascherare quel falso sé che vive di paura, orgoglio, attaccamento, vanità, risentimento o autosufficienza. Non è una negazione della persona ma una liberazione da ciò che impedisce alla persona di essere amato e di amare.
Gesù non salva perché soffre, salva perché ama fino alla fine. Seguire la croce significa allora imparare un amore che non fugge appena costa. Un amore che resta aperto anche quando viene ferito. Un amore che non risponde al male con il male. Un amore che attraversa la morte assumendola e svuotandola del suo potere di presa.
Nel Vangelo di Giovanni, i primi discepoli chiedono a Gesù: “Maestro, dove dimori?”. E Lui risponde: “Venite e vedrete”. Seguire non significa solo camminare dietro a Gesù. Significa anche dimorare con Lui presso la sua stessa dimora, entrare nella sua intimità. Conoscere il luogo profondo in cui egli vive. Il discepolo è uno che sta, rimane con il Maestro.
“Seguimi”: vieni a imparare il mio silenzio, la mia preghiera, la mia compassione, la mia libertà. Solo chi si fa dimora può davvero seguire. Il seguire cristiano nasce dalla relazione. Si cammina perché si è attratti. Si serve perché si è amati. Si lascia perché si è trovato qualcosa di più grande.
La parola “seguimi” non appartiene solo al passato. Non è rimasta sulle rive del lago di Galilea. Non riguarda soltanto i 12 discepoli. È una parola viva, che continua a risuonare nella storia personale di ciascuno.
Gesù continua a chiamare. Chiama attraverso il Vangelo ascoltato in un momento preciso. Attraverso una ferita che chiede di essere trasfigurata. Attraverso una responsabilità che non possiamo evitare. Attraverso un silenzio che ci attira. Attraverso un’inquietudine che non si lascia spegnere. Attraverso una gioia profonda che indica una strada. Attraverso una crisi che rompe le false sicurezze. Attraverso la nostra quotidianità. Attraverso il corpo mistico dei Santi.
Gesù non chiama fuori dalla carne della storia, ma dentro di essa. Seguirlo significa lasciare che il Vangelo prenda corpo nelle relazioni, nel lavoro, nel modo di guardare gli altri, nel modo di usare il tempo, nel modo di attraversare la sofferenza, nel modo di custodire la speranza.
La sequela è incarnata perché tocca tutto.
C’è qualcosa di inesauribile in questa chiamata. “Seguimi” non si ascolta una volta sola. Seguire Gesù significa permettere alla sua vita di diventare forma della nostra vita.
Non sappiamo dove il cammino ci porterà. I discepoli non lo sapevano, Maria stessa non lo sapeva (vedi il riferimento al vento nel racconto di Nicodemo, spiegato da Antonella in diverse occasioni). Ma la fede non consiste nel comprendere l’intera strada. Seguire Gesù significa credere che solo affidandosi allo Spirito si rinasce.
L’Amore cerca dimore dove dimorare, l’Amore desidera incarnarsi ed espandersi. La vita eterna penetra e trasfigura il tempo.
“Seguimi” è la parola che ancora oggi ci raggiunge nel punto esatto in cui siamo: tra le reti che ci trattengono, le paure che ci chiudono, le ferite che ci rallentano. Non ci chiede di essere già pronti, ma di alzarci. Allora ogni passo diventa sequela, ogni apertura diventa nascita, ogni croce attraversata con Cristo diventa soglia di resurrezione.