Come gocce nell’oceano

Siamo amati incondizionatamente. Amare Dio significa accogliere pienamente l’amore. Quanto più profondamente l’amore divino cresce in noi, tanto più la nostra luce si espande. Nel pensiero di Antonella, il peccato non ha in sé un valore morale: il peccato è un allontanamento dal ritmo dell’amore, un rifiuto che crea una separazione tra noi e la vera sorgente di vita. Ci allontaniamo dalla nostra autentica natura. Allontanandoci dalla vera sorgente di vita, mettiamo in pericolo la vita stessa. Il pericolo è la morte spirituale.

“Peccato ha un valore essenziale nella Bibbia, non morale. Nella lingua ebraica la parola chatta’t, ‘peccato’, deriva dalla radice , חטא che appartiene all’area semantica del lessico di caccia e di guerra e che ha il significato di fallire il bersaglio, cioè di mettere in pericolo la vita (Antonella Lumini, Memoria profonda e risveglio, p. 21).

La nostra anima è come un tempio, che dobbiamo liberare dalla polvere dell’ignoranza e dall’attaccamento per permettere alla luce di dimorare in noi. Dobbiamo imparare a liberarci di ciò che è superfluo dentro di noi per fare spazio all’amore, così  che possa penetrare, fluire e dimorare in noi. La preghiera silenziosa, la meraviglia, la gratitudine e l’abbandono sono pratiche che ci aiutano a riconnetterci con la vera sorgente da cui proveniamo. La luce dello Spirito prende a discendere: irrompendo nel cuore e nella mente, li trasforma.

Deve essere consumato quanto fa da barriera, quanto separa, suggerisce Antonella. Se ci chiudiamo in noi stessi, ci autocondanniamo. L’egoismo, le tendenze psichiche dettate dall’ego, pietrificano il cuore e lo chiudono alla luce. Si perde l’orientamento. Nella via proposta da Antonella, l’introspezione è fondamentale. Il prendere consapevolezza delle nostre oscurità è tappa necessaria del cammino di guarigione spirituale. Con tenerezza, non con auto-condanna. “L’errore diviene fondamentale nel cammino verso la verità. […] Nel riconoscere l’errore possiamo conoscere chi siamo” (Antonella Lumini, Dentro il silenzio, p. 130).

Prendere coscienza della distanza che ci separa e che noi stessi abbiamo creato e possiamo superare. Risvegliarsi implica accettare di aprirsi, sapendo che siamo nell’abbraccio di quell’amore che non ci giudica mai.

“Per sciogliere il peso bisogna prima conoscerlo” (Antonella Lumini, Dentro il silenzio, p. 119).

Dobbiamo accettare di guardarci negli occhi anche quando ne abbiamo paura. Tutto ciò che c’è dentro di noi desidera emergere, ma può farlo solo se esposto alla luce. Altrimenti diventa malato, e diventa male. E rischiamo anche di trasmetterlo, come una catena che si tramanda di generazione in generazione nelle nostre relazioni.

Ciò che facciamo, “lo facciamo in Dio, nel suo amore, e dobbiamo farlo con la consapevolezza di essere piccole gocce all’interno di un corpo infinito” (Antonella Lumini, Dentro il silenzio, p. 42).

Ogni azione e anche ogni momento di riposo appartengono a Dio. Siamo frammenti che racchiudono in sé l’intero, la pienezza della creazione, ognuno di noi formato dalla stessa essenza divina. Appartenenza. Corpo unico. Siamo figli di Dio.

Aprirsi alla verità. Stare nella verità. Stare in Dio, stare nel suo sguardo.

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Preghiera che diventa vita

Antonella ha spesso chiarito che la via che lei segue consiste essenzialmente in un cammino di silenzio e svuotamento. Il silenzio è preghiera di abbandono e di offerta. È una dimensione di totale resa: ci si mette lì senza aspettative, senza chiedere, senza attendere risultati. In ascolto. Il silenzio come grembo dell’ascolto. Ecco, è proprio lì che possiamo essere raggiunti dall’amore divino.

La preghiera non può essere solo relegata a momenti particolari della giornata. Pregare deve diventare un modo di essere, di vivere la vita. San Paolo in 1 Tessalonicesi 5:17 incoraggia a pregare incessantemente, suggerendo proprio questo stato di unione, comunione, consapevolezza, presenza, pienezza. “Pregare incessantemente” significa rispondere a quella presenza, allineandosi alla verità, incarnando l’amore. La preghiera cristiana è un incontro consapevole che va oltre dogmi, parole o rituali. È un processo trasformativo, che illumina le aree nascoste dell’anima e guarisce le fratture interiori.

Allineandoci con l’azione dello Spirito, partecipiamo a un processo continuo di divenire, incarnando il Cristo vivente dentro di noi. Si tratta di riposare nella consapevolezza della presenza di Dio, di centrare il cuore in quella presenza di amore. Trascendere le limitazioni dell’ego apre la porta a una nuova prospettiva caratterizzata da verità, amore e unità. Questo risveglio trasformativo svela le meraviglie e i miracoli infiniti insiti nel momento presente. Nella quiete del silenzio, incontriamo la pienezza infinita di Dio, trascendendo i limiti dello spazio e del tempo.

La preghiera è una relazione intima e personale con lo Spirito. Pregare è stare lì, nel silenzio, senza aspettative. Stare lì dove si è chiede la resa, l’abbandono a Dio, l’affidamento totale. La fede dunque è un’esperienza, l’esperienza che Dio opera dentro di noi. La spinta dell’amore, dice Antonella, ha agito grandi trasformazioni sui piani sottili, manifestandosi nella storia attraverso uomini e donne di grandi santità, di cui tanti anche anonimi, che hanno accolto questa spinta di amore e l’hanno a loro volta incarnata e consegnata alla storia.

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Meister Eckhart

Riprendo alcune delle tematiche presenti nella mistica di Meister Eckhart diverse volte in questo sito, in quanto importanti nello sviluppo del pensiero di Antonella. Rimando coloro che sono interessati ad approfondire gli scritti del grande mistico tedesco alle pubblicazioni dello studioso italiano Marco Vannini: https://marcovannini.it/

La mistica renana, con la sua enfasi sulla via dell’abbandono e contemplazione/unione mistica, rappresenta un elemento importante nello sviluppo del pensiero di Antonella.

All’interno dell’anima, afferma Meister Eckhart, c’è un luogo in cui avviene la nascita mistica di Cristo. Meister Eckhart si riferiva a questo luogo come il fondo dell’anima, distinto dalle facoltà (i “poteri”) dell’anima, che operano nel mondo. I poteri sono separati dal fondo, e viviamo principalmente attraverso di essi. Nascosta profondamente dentro di noi vi è un’unione già presente, in attesa di essere realizzata, vissuta e condivisa. Se l’anima è troppo presa dalle cose esteriori, ogni possibilità di ritorno a Dio, di diventare il ricettacolo della nascita di Dio nell’anima, può andare perduta. Questo è il pericolo che minaccia l’anima: la morte spirituale. Il cammino, quindi, consiste nel distaccarsi dall’illusione di essere appagati in un mondo di verità parziali, senza Dio.

Il concetto di “fondo dell’anima” indica innanzitutto il luogo della conoscenza di sé, nel quale scompaiono gli elementi accidentali e troviamo la nostra vera essenza, il nostro vero Sé; ma nello stesso tempo è il luogo della scoperta della realtà ultima, che è Dio. Nel pensiero di Eckhart l’essenza dell’anima è il Logos. Scopriamo il fondo dell’anima attraverso il distacco — l’operazione che conduce dall’anima allo spirito, dal determinismo alla libertà.

Il fondo dell’anima è lo spirito, pienezza dell’umano. L’itinerario verso il fondo dell’anima, si configura cosí, da un lato, come la piú autentica analisi, capace di penetrare nel profondo del soggetto, scavando attraverso tutti i suoi legami (discesa); dall’altro però costituisce il cammino verso l’alto, secondo il precetto della sapienza classica, che ammoniva: “conosci te stesso e conoscerai te stesso e Dio”, e in armonia con l’esperienza spirituale cristiana, per cui “Dio mi è piú intimo di quanto io lo sia a me stesso” (ascesa)

Meister Eckhart afferma che, quando l’anima si è spogliata dell’ego e si è unita a Dio ed è Dio in Dio, realizza che essa stessa è il Regno dei Cieli.

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Bede Griffiths (1906-1993)

Monaco benedettino e mistico inglese. Autore di scritti mistici bellissimi, tra cui Return to the Centre. Alcuni estratti in originale sotto, seguiti da una mia traduzione.

“Quando corpo e anima sono mossi dallo Spirito, l’intero essere umano viene trasfigurato. Questo è stato lo scopo della creazione fin dall’inizio: che corpo e anima, materia e mente, umanità e universo fossero mossi dallo Spirito e attratti nella luce e nella vita divina. Il peccato è la caduta da questo stato di grazia allo stato dell’uomo naturale, l’anthropos psychikos di San Paolo, contrapposto all’anthropos pneumatikos, l’uomo spirituale“.

Interessante confrontare la concezione di Antonella dello stato di caduta dall’Eden con quanto afferma Bede Griffiths, nel volume sopra citato:

“La Caduta è la nostra caduta in questo attuale stato di coscienza, in cui tutto è diviso, centrato su se stesso e in conflitto con gli altri. La Caduta è la caduta in una coscienza rivolta verso il sé ovvero in una coscienza che è centrata sull’io e ha perso il contatto con la Fonte eterna della coscienza, che è il vero Sé.”

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Henri Le Saux (1910-1973)

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Monaco benedettino e mistico francese, tanto caro al mio cuore. Henri Le Saux, noto anche come Swami Abhishiktananda, ha lasciato bellissimi scritti mistici in francese (disponibili diverse traduzioni in italiano e inglese). Alcuni dei temi che ha sviluppato risuonano con il pensiero di Antonella, sebbene diversamente formulati e elaborati, come ad esempio l’Io Sono della coscienza cristica e la morte mistica.

Alcuni estratti in originale sotto, seguiti da una mia traduzione.

Nel suo diario spirituale, pubblicato postumo, La montée au fond du cœur (Paris: Oeil, 1986:135−136), Henri Le Saux scrive:

Intra in Gaudium: entre en la Présence, entre danse l être

“Entra nella gioia, entra nella presenza, entra nell’essere”.

L’éternité est dans l’instant qui passe, mais vouloir demeurer dans l’instant qui est passé ou se projeter dans l’instant qui viendra, c’est abandonner l’éternité pour le temps. L’éternité n’est pas dans le temps qui perdure, mais dans l’instant indivisible.

“L’eternità è nell’istante che passa, ma volere restare nell’istante che è passato o proiettarsi nell’istante che verrà significa abbandonare l’eternità per il tempo. L’eternità non è nel tempo che perdura, ma nell’istante indivisibile”.

Il termine greco koinonia, corrispondente al latino communio, si riferisce a una profonda comunione spirituale e appare frequentemente nel Nuovo Testamento e negli scritti dei Padri della Chiesa. Henri Le Saux lo descrive come l’essere-insieme dei cristiani in Cristo e nello Spirito, modellato sull’essere-insieme delle tre persone divine nella Trinità, che si estende a ogni livello dell’esistenza. La preghiera è il riconoscimento di questa comunione, unione. La salvezza è forza divina trasformativa, guarisce, sana. Il Mistero di Dio si svela nella nostra vita.

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Monache benedettine: spiritualità e musica medievale

Studiosi di storia e filologia, specialmente di lingua inglese, hanno scritto ampiamente su due donne religiose medievali eccezionali: Herrad di Landsberg e Hildegard von Bingen.

Herrad di Landsberg è stata un’abbadessa benedettina del monastero di Hohenbourg, situato nella regione dell’Alsazia, nel XII secolo. È soprattutto conosciuta per aver compilato l’Hortus Deliciarum (“Il Giardino delle Delizie”), un manoscritto enciclopedico che rappresenta un importante testo medievale:

https://liberalarts.online/philosophy-and-the-liberal-arts/

Herrad è una delle rare figure femminili del Medioevo che sappiamo aver contribuito in modo significativo alla cultura intellettuale del suo tempo. La sua capacità di comporre e raccogliere opere provenienti da vari centri intellettuali dell’Europa medievale (come Parigi) è una dimostrazione della centralità del ruolo svolto da alcune donne in ambienti monastici e abbaziali. Nel mondo anglofono, moti studiosi hanno pubblicato lavori di ricerca di grande spessore su queste tematiche.

Il Hortus Deliciarum è una lavoro enciclopedico che include una vasta gamma di conoscenze, tra cui testi religiosi, scientifici, medici e filosofici, e presenta illustrazioni che riflettono la cultura medievale dell’epoca. Il manoscritto include anche una collezione di canti e musiche religiose e profane, il che lo rende interessante per gli studiosi di musica medievale e per chi si occupa di storia delle donne e della spiritualità femminile nel Medioevo. Herrad era una figura di grande intelligenza e autorità spirituale nella sua comunità. Il fatto che fosse un’abbadessa che guidava una comunità di donne e che fosse coinvolta nella produzione intellettuale in un’epoca in cui le donne erano spesso escluse dall’accesso al sapere, rende la sua figura molto significativa per gli storici.

Alcuni studiosi sono interessati a Herrad perché il suo lavoro musicale, incluso nel Hortus Deliciarum, è una testimonianza della musica religiosa e delle pratiche devozionali medievali. Le musiche che ha incluso nel manoscritto sono importanti per capire come le monache partecipassero alla vita culturale e religiosa dell’epoca, in un contesto che a volte è rimasto invisibile nella storia della musica.

Hildegard von Bingen (1098–1179) è una delle figure più straordinarie del Medioevo e tra le più affascinanti nella storia della musica, nota per il suo contributo alla musica, alla teologia, alla medicina e alla filosofia. Monaca benedettina, mistica, compositrice e scrittrice, è spesso considerata una delle prime compositrici della storia della musica occidentale e una delle personalità intellettuali femminili più influenti del suo tempo. Hildegard nacque in una famiglia nobile e all’età di otto anni entrò nel convento di Disibodenberg in Germania, dove iniziò la sua vita religiosa. Fu una donna molto colta e talentuosa, che visse sotto la protezione della sua abbazia e sviluppò un’intensa esperienza mistica, che la portò a scrivere numerose opere teologiche e scientifiche. Hildegard è particolarmente celebre per il suo contributo musicale. È stata una delle poche donne medievali a scrivere e comporre musica, e la sua opera musicale è oggi considerata una delle più significative del Medioevo.

La musica di Hildegard è principalmente sacra, ed è composta per il canto liturgico delle suore del suo convento; è caratterizzata da una melodia unica, lontana dalle tradizioni musicali dell’epoca, che sembra riflettere la sua esperienza mistica e la sua visione spirituale. La sua produzione musicale include numerose composizioni di canti sacri, tra cui antifone, inni e sequenze.

I canti sono scritti in latino e sono spesso accompagnati da testi poetici. La musica di Hildegard è considerata una delle prime forme di musica organica, con un forte senso di unità tra il testo e la musica. La musica di Hildegard non era solo un mezzo per l’adorazione, ma anche uno strumento di comunione mistica.

Le sue composizioni sono eseguite oggigiorno da gruppi vocali e da ensemble medievali, e vengono anche registrate per scopi liturgici e meditativi, ad esempio: https://www.youtube.com/watch?v=0YTOiJ-zjP0

La musica di Hildegard è apprezzata per la sua bellezza spirituale e per la sua capacità di trasmettere una profonda emozione, il che la rende particolarmente adatta per la meditazione e la preghiera.

Nel bellissimo progetto digitale della British Library di Londra sulla storia delle donne rinascimentali attraverso i manoscritti che ci sono pervenuti, ci sono anche alcuni che riguardano i testi di Hildegard:

https://blogs.bl.uk/digitisedmanuscripts/2022/08/hildegard-go.html

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Margery Kempe

Il link alla British Library che trovate sotto mostra il manoscritto Add MS 61823 e spiega anche che the Book of Margery Kempe, forse la prima autobiografia mai scritta in inglese, contiene l’incredibile storia della mistica Margery Kempe. Margery visse nell’attuale Kings Lynn, Norfolk (come Norwich, nella costa Orientale dell’Inghilterra), dal 1373 circa al 1440 circa. L’opera è sopravvissuta in un solo manoscritto conosciuto, British Library Add MS 61823, scritto all’incirca al tempo della sua morte. Religiosa fuori dalle norme, icona femminista, genio letterario, precursore delle riforme sociali – Margery Kempe è stata descritta in tutti questi modi dai critici che si sono avvicinati al suo testo da prospettive diverse. Indipendentemente da come la si consideri, non c’è dubbio che la sua opera offra un prezioso spaccato della vita urbana del XV secolo e delle pratiche religiose dell’epoca.

Margery era la figlia di un mercante e, all’età di circa vent’anni, sposò John Kempe, un birraio e tesoriere di Lynn. Dopo la nascita del suo primo figlio, soffrì di depressione, da cui guarì grazie a una visione di Cristo. Sembra che abbia avuto tredici figli. In seguito, indossò vesti bianche e cercò il permesso del suo vescovo, che la inviò a vedere l’Arcivescovo di Canterbury, ma non ci sono prove che abbia preso voti formali. Nel 1413 partì per un pellegrinaggio in Terra Santa, vivendo di carità lungo il percorso. A Gerusalemme visitò il Calvario e il Santo Sepolcro. Come riportato nel libro, Margery Kempe partì nuovamente in pellegrinaggio nel 1417 verso Santiago de Compostela. Al suo ritorno dalla Spagna, fu accusata più volte di eresia e imprigionata a Leicester con l’accusa di lollardismo. Avendo sostenuto la propria innocenza davanti alle autorità ecclesiastiche in diverse occasioni, alla fine le fu concessa una lettera dall’Arcivescovo di Canterbury, che le garantiva l’accesso alla confessione e alla comunione. Ritornò a Lynn, afflitta da difficoltà fisiche, e visse una vita spirituale intensa, piena di visioni. Dopo la scomparsa del marito, Margery viaggiò in Germania con sua figlia all’età di quasi 60 anni per vedere il Santo Sangue a Brandeburgo e le reliquie ad Aquisgrana. L’ultima testimonianza che abbiamo di lei risale al 1438. Il suo libro era stato completato a quel punto, e una certa “Margeria Kempe”, che potrebbe essere l’autrice, fu ammessa alla prestigiosa Gilda della Trinità di Lynn. Si pensa che sia morta poco dopo, ma non esiste alcuna testimonianza della sua morte. Lo scriba che scrisse questa versione della storia di Margery si identifica come Salthows, sacerdote a Lynn, Norfolk.

https://britishlibrary.typepad.co.uk/digitisedmanuscripts/2014/03/the-life-of-a-mystic.html

Altre informazioni interessanti:

https://d.lib.rochester.edu/teams/text/staley-book-of-margery-kempe-introduction

Nel Regno Unito, sono stati pubblicati numerosi lavori scritti da importanti docenti universitari sia su Giuliana di Norwich che su Margery Kempe.

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La musica sacra: arte e spiritualità

Nella musica sacra e nella musica classica c’è tanta bellezza. La musica liturgica è stata da sempre usata non solo come accompagnamento ma come parte integrante dell’atto di adorazione. Nel cristianesimo, ad esempio, la musica sacra è stata una parte fondamentale della liturgia fin dai primi tempi.

Alcune voci e composizioni sono talmente belle da togliere il respiro. Ascoltare queste melodie diventa una vera e propria esperienza spirituale.

In Inghilterra la musica corale tradizionale, come quella di compositori del calibro di Thomas Tallis (compositore rinascimentale del XVI secolo), rappresenta una delle vette più alte della musica sacra occidentale, in particolare nel contesto della musica liturgica. Numerosi anche i compositori italiani, tra cui i celeberrimi Gregorio Allegri e Giovanni Pierluigi da Palestrina.

La musica corale ha svolto un ruolo centrale nelle chiese anglicane, soprattutto nel contesto delle choral evensong e delle funzioni liturgiche. Una tradizione che continua ininterrotta da 700 anni. La musica corale anglicana ha una qualità unica che combina la solennità della tradizione religiosa con la bellezza dell’armonia vocale. La choral evensong è una tradizione liturgica anglicana che consiste in un servizio di preghiera serale, durante il quale viene eseguita una selezione di canti corali. Si svolge generalmente nel tardo pomeriggio o in prima serata. La tradizione corale inglese si distingue per l’uso della polifonia, in cui diverse voci cantano linee melodiche indipendenti che si intrecciano per creare una ricca armonia. Questa tecnica raggiunge il suo apice nel lavoro di compositori come Tallis e Byrd.

Le cattedrali inglesi, le chiese storiche e i College dell’Università di Cambridge e di Oxford, hanno una lunga tradizione di esibizioni corali. I cori, composti maggiormente da voci bianche (cioè da bambini), sono una delle tradizioni più distintive della musica corale in Inghilterra. Questi cori sono noti per la loro purezza e per l’intensità emotiva che riescono a trasmettere attraverso la musica, un aspetto che li rende unici nella tradizione corale anglicana.

Le voci bianche dei bambini sono in grado di produrre un suono particolarmente puro, luminoso e cristallino. Questa qualità è molto apprezzata nella musica sacra e liturgica, dove la purezza e l’armonia del suono sono elementi centrali. Il timbro della voce infantile è ideale per creare un’atmosfera eterea, quasi trascendente, che può suscitare un’esperienza mistica nell’ascoltatore.

Il Coro di King’s College di Cambridge, uno dei cori più famosi al mondo, è un esempio eccellente di come la musica corale tradizionale inglese venga portata avanti. Il coro è formato da studenti universitari e da bambini (che cantano con voci bianche), ed è noto per la sua interpretazione delle opere corali di compositori come Tallis, Byrd, Allegri, Palestrina, Bach, e Howells.

Uno dei pezzi di musica sacra corale che trovo più toccanti in assoluto è il Miserere del compositore italiano Gregorio Allegri (nato nel 1582) eseguito dal coro di King’s College di Cambridge. Questo pezzo corale è particolarmente noto per le sue sublimi e ornamentali voci soliste e per l’uso di un coro a più voci che accompagna la parte solistica, creando un effetto di grande intensità emotiva.

Eccolo qui sotto, viene eseguito sia a Cambridge che ad Oxford il giorno delle Ceneri:https://www.youtube.com/watch?v=IX1zicNRLmY

Il Miserere di Gregorio Allegri è una delle composizioni più celebri del repertorio sacro barocco. Composto probabilmente intorno al 1638 o 1639, fu scritto per essere ascoltato durante la Settimana Santa nella Cappella Sistina. Si narra che la sua esecuzione era un privilegio esclusivo della Cappella Pontificia del Papa. La partitura originale fu tenuta segreta e non doveva essere copiato o diffuso all’esterno. Vi era una forte riservatezza intorno al brano, che veniva eseguito solo durante le liturgie speciali legate alla Pasqua, creando un’aura di mistero e sacralità. La leggenda dice che Mozart, il quale aveva appena 14 anni, avesse assistito a una performance del Miserere durante la Settimana Santa nella Cappella Sistina di Roma nel 1770. Si narra che, senza una partitura scritta, Mozart memorizzò l’intera composizione durante l’esecuzione, per poi trascriverla con grande precisione e diffonderla in Europa una volta tornato a casa.

Il Papa Clemente XIV, che aveva imposto il segreto sulle partiture della Cappella Sistina, si trovò sorpreso di fronte a questo evento. Sembra che seppe che Mozart aveva copiato il Miserere senza permesso, il Papa avrebbe risposto con stupore, riconoscendo il genio del giovane compositore e concedendo al giovane Mozart di pubblicare la sua versione del Miserere, rendendo quindi omaggio alla sua straordinaria memoria e abilità musicale. La trascrizione di Mozart contribuì a diffondere il pezzo al di fuori dei confini della Cappella Sistina, rendendolo accessibile a un pubblico molto più vasto.

Il Miserere di Allegri, grazie alla straordinaria bellezza della sua musica, è diventato uno dei pezzi corali più iconici della musica sacra barocca.

Continuiamo con la tradizione corale inglese. Il famoso Choir of St George’s Chapel di Londra canta questo bellissimo Christmas carol in presenza della regina Elisabetta nel 2018:https://www.youtube.com/watch?v=FydDhuAYcOI


E adesso voci angeliche femminili. Dolcezza, purezza e armonia.

Le Monache di Santa Cecilia si dedicano alla musica in virtù della figura di Santa Cecilia, nobile romana che è tradizionalmente considerata la patrona della musica sacra. Santa Cecilia visse nel III secolo d.C. ed è una delle sante più venerate dalla Chiesa cattolica. La sua connessione con la musica ha origini legate alla sua vita e al suo martirio.

Bellissimo questo pezzo delle Sorelle domenicane di Santa Cecilia in Tennessee:https://www.youtube.com/watch?v=iArJPCk9h0k

Le Sorelle dell’ordine di San Tommaso eseguono qui sotto questo bellissimo pezzo del grande compositore rinascimentale italiano Giovanni Pierluigi da Palestrina:https://www.youtube.com/watch?v=WW0opszLqTU

Qui le Sorelle eseguono questo meraviglioso canto di Natale:https://www.youtube.com/watch?v=jfHin0xz56w

Davvero toccante anche questa esecuzione, dedicata a Maria, delle monache benedettine di Santa Walburga:https://www.youtube.com/watch?v=9UgyDJ6wCoA

Fonti storiche dimostrano che le monache, specialmente nelle abbazie e nei conventi più grandi, ricevevano una formazione musicale professionale durante il medioevo e Rinascimento. Per esempio, in alcuni conventi, le monache imparavano a leggere la musica, a suonare strumenti come l’arpa o il clavicembalo, e ad eseguire inni sacri con tecnica e maestria.

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La pratica della gratitudine

L’incontro con l’amore di Dio non è riservato alle chiese o luoghi considerati santi; al contrario, si manifesta esattamente dove ci troviamo.

La vera spiritualità non risiede nella ricerca della perfezione.

Vorrei condividere qui una pratica che personalmente ho trovato essere trasformativa: la pratica della gratitudine. La gratitudine, a mio avviso, è pietra miliare nel processo del risveglio interiore quando arriviamo a realizzare che ogni momento di vita è un dono che ci viene dato, un’opportunità che dovremmo apprezzare e vivere al meglio. La gratitudine sorge dalla consapevolezza che la vita è un dono, che l’amore puro vive dentro di noi, ci plasma continuamente e si intreccia nel tessuto stesso della nostra esistenza.

Una volta ho sentito una giovane monaca benedettina con un sorriso e una voce delicata dire: “La nostra esistenza non è casuale, ma il frutto di un’idea concepita da Dio stesso. Egli ha immaginato ciascuno di noi, innamorandosi dell’idea di noi, vedendo in ognuno una creatura unica, irripetibile, piena del Suo amore infinito. Siamo preziosi e voluti, individui con un valore insostituibile, ciascuno con la potenzialità di portare un riflesso del Suo amore eterno”.

Brother David Steindl-Rast, monaco benedettino di origini austriache, è un maestro spirituale e autore che nel mondo anglofono da decenni è impegnato a diffondere la pratica della gratitudine, non solo all’interno del Cristianesimo. I suoi interventi sono davvero toccanti e stimolanti, disponibili su youtube. Ecco il link all’istituto che ha fondato: https://grateful.org/brother-david/

Brother David sostiene che la radice della gioia è la gratitudine. Non è la gioia che ci rende grati, è la gratitudine che ci rende gioiosi. Questa intuizione evidenzia il potere trasformativo della gratitudine. La gratitudine è molto più di una semplice emozione o atteggiamento: è un modo di vivere, di essere, che nasce da un cambiamento di prospettiva, che ci apre all’abbondanza della vita e approfondisce la nostra connessione con Dio e con gli altri. Partendo dalle piccole cose, invece di esprimere frustrazione e negatività dicendo: “Che noia, oggi devo fare questa cosa, il lavoro proprio non mi va”, potremmo cambiare completamente il nostro punto di vista e dire: “Grazie, oggi sono vivo, sano e ho la possibilità di andare al lavoro, di contribuire a qualcosa”.

La gratitudine integrata nella pratica spirituale è trasformativa. Questa prospettiva ci permette di vivere la vita nella sua pienezza, facendo della gratitudine il cuore del nostro vivere. Potremmo anche integrare la gratitudine come pratica nel silenzio, con il ritmo del respiro. Riempie il cuore di gioia e luce.

Brother David è uno dei principali promotori del concetto di grateful living (in italiano “vivere con gratitudine“), e afferma che vivere una vita grata è in realtà molto semplice. Secondo lui, il processo di grateful living può essere ridotto in tre passi fondamentali: stop, look, go , in italiano: fermati, guarda, vai. Ecco lo spiego qui sotto:

  1. Fermati: il primo passo è fermarsi. Nella frenesia della vita quotidiana, siamo spesso distratti dalle nostre preoccupazioni, dalle corse quotidiane e dai compiti che ci attendono. Fermarsi ci permette di essere veramente presenti nel momento e di essere consapevoli di ciò che ci circonda. Fermarsi consente di riconoscere il momento presente come un dono, di apprezzare le cose semplici e di essere consapevoli delle benedizioni che ci circondano.
  2. Guarda: il secondo passo è guardare. Guardare con attenzione e profondità significa osservare il mondo intorno a noi, le persone che incontriamo e le esperienze che viviamo, cercando di vederle attraverso una lente di gratitudine. Vederle veramente. Questo non significa solo apprezzare le cose positive, ma anche essere grati per le difficoltà, poiché ci insegnano lezioni importanti. Guardare profondamente significa riconoscere il valore di ogni momento e di ogni esperienza, anche quelle che sembrano difficili o imperfette. Consapevolezza, guarda quanto di bello e prezioso hai intorno. Anche le difficoltà fanno parte del percorso, anche queste sono una grande opportunità se ben vissute.
  3. Vai: il terzo passo è andare. Dopo essersi fermati e aver guardato profondamente, bisogna ripartire, e si riparte con una nuova consapevolezza. Ripartire con gratitudine significa affrontare la vita con una mente e un cuore aperti, pronti a dare valore a ogni passo che facciamo. Anche nelle sfide quotidiane, l’atteggiamento di gratitudine ci aiuta a mantenere una visione positiva e ad essere radicati, centrati in quell’amore.

Possiamo cercare di applicare questo principio nei vari momenti della giornata, cercando di integrarlo nella nostra pratica quotidiana. Fermati, guarda, vai: è un processo semplice, ma devo dire nella mia esperienza personale estremamente trasformativo. Questo approccio ci aiuta a vivere con maggiore presenza, gioia, gratitudine e pace.

Brother David ha scritto molti libri, in lingua inglese ma alcuni anche tradotti in italiano. Bellissimi i suoi interventi, ad esempio questo, in inglese ma i sottotitoli in italiano sono disponibili:https://www.youtube.com/watch?v=UtBsl3j0YRQ

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