Anche in L’eterno nel tempo: dall’homo sapiens all’homo spiritualis (Castelvecchi Editore, 2025), Antonella ci consegna una visione spirituale di una mistica cristiana profondamente incarnata. Non si tratta di evadere dal mondo, ma di accoglierlo nella sua verità, lasciando che in noi si compia quel gesto eterno d’amore che è la creazione.
Antonella ci conduce dentro una riflessione sul tempo non come mero flusso cronologico ma come esperienza spirituale, dimensione ferita e al contempo grembo di redenzione. Il tempo, se non vissuto con consapevolezza e ascolto e soprattutto così come lo vive l’essere umano moderno, è un tempo frammentato, lineare, dissipato. È un tempo che consuma, incalza, divide.
“Una ferita che ci accompagna fin dalla nascita”: una ferita che si manifesta nella separazione originaria dalla sorgente originaria, nell’angoscia della fine, nell’incapacità di dimorare nel presente. Ma è proprio da questa ferita che può nascere una nuova visione, una possibilità di salvezza, purché si attraversi il tempo con uno sguardo trasfigurato. Nel tempo lineare – il tempo del fare, del produrre, dell’efficienza – l’essere umano si perde. È il tempo della dimenticanza dell’essere, il tempo privo di radici e di profondità, che scorre come una superficie impazzita. “Il tempo moderno non lascia più spazio all’anima. L’anima, per esistere, ha bisogno di lentezza, di ascolto, di silenzio”.
Questo tempo cronologico, che domina l’esistenza esteriore, lascia arida la terra interiore. Tuttavia, il tempo è anche mistero, attesa, soglia. È qui che si apre lo spiraglio per un altro tempo, un tempo diverso.
Nel cuore di ogni essere umano vi è anche un altro tipo di tempo da accedere: un tempo interiore, sacro, “tempo dell’anima”, che si sottrae alla corsa lineare e che, nel silenzio, nella veglia, nella preghiera, può aprirsi all’eterno. In questo tempo abitato si fa esperienza del kairós.
Antonella descrive questo passaggio: “Nel silenzio, il tempo perde la sua presa, si scioglie, si lascia abitare”. È qui che si realizza la redenzione del tempo: non un’uscita dalla temporalità, ma una sua trasfigurazione. Il tempo non viene negato, bensì redento dall’interno. L’eterno non giunge dall’esterno, come una rottura, ma svela la sua presenza nascosta, come luce nella ferita.
Il tempo è già abitato dall’eterno. Il tempo come soglia dell’incontro: redimere il tempo significa allora riscoprirlo come soglia, luogo dell’incontro, della grazia, del ritorno. Ogni attimo può diventare epifania, se vissuto nella presenza.
“L’eterno non è altrove. È qui, ora, nella piega del tempo che ci attraversa”. Una piega che diventa grembo, generazione, apertura.
Un tempo femminile, perché ciclico, accogliente, generative. Femminile nel senso simbolico e archetipico: il tempo dell’attesa, del concepimento, del nascere. Un tempo ciclico, non lineare; un tempo che accoglie, custodisce, genera.
Contro la violenza di un tempo maschile, lineare, orientato al risultato, Antonella propone la forza mite di un tempo che respira, che sa aspettare, che non ha paura del vuoto. “Il tempo dell’anima è simile al battito del cuore, al respiro, alla gestazione”.
Abitare il tempo è il cammino della mistica incarnata che siamo chiamati a vivere. E non vi è incarnazione senza tempo, senza storia, senza carne.
“Il tempo è il luogo in cui l’eterno ci viene incontro, se siamo capaci di restare sulla soglia”. Tempo redento, trasfigurato dalla luce dell’invisibile, il tempo che porta già in sé i germi dell’eternità. L’eterno si rende presente nello spazio-tempo.
In un tempo frammentato che ci spinge verso l’esterno, verso il molteplice, verso l’effimero, il silenzio, la contemplazione, la preghiera chiamano al ritorno al centro, alla verticalità, alla presenza. Nel cuore del reale, là dove pulsa il mistero. È un ritorno che non si compie una volta per tutte, ma che chiede esercizio, fedeltà, vigilanza.
Il silenzio, l’ascolto come grembo creativo, luogo in cui l’essere può respirare, in cui il Logos può farsi carne, in cui l’invisibile può emergere senza forzature.
Chi abita il silenzio non fugge dalla storia, ma la feconda. Non rifiuta il tempo, ma lo redime. Non cerca l’eterno altrove, ma lo lascia emergere nel battito del presente.
L’eterno nel tempo, l’invisibile nel visibile.