Ancora nel Vangelo di Marco, nella parabola successiva a quella del seminatore, Gesù paragona il Regno di Dio a un seme di senape:
“A che cosa possiamo paragonare il Regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? Esso è come un granellino di senape che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma, quando seminato, cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra” (Marco 4: 30-32).
Il Regno di Dio comincia come qualcosa di molto piccolo che viene accolto e custodito, e che cresce e si trasforma nel tempo se trova terreno fertile (vedi la parabola del seminatore sempre in Marco). Nel Vangelo, ciò che è piccolo e marginale diventa il luogo privilegiato della rivelazione. La parabola del seme di senape, è una rivelazione che quasi lavora in sottrazione. Gesù non descrive il Regno con immagini grandiose, ma lo paragona a ciò che è quasi impercettibile: un seme di senape “che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra”, così piccolo da sfuggire allo sguardo. Addirittura “il più piccolo”. Marco, ovviamente, non sta facendo botanica qui. Il “più piccolo” si riferisce a quello a cui non diamo importanza o significato, quello che non conta ai nostri occhi, in quanto non promette nulla. Non colpisce affatto la nostra attenzione. Quindi qualcosa di molto ordinario, trascurabile nella scala di valori secondo la logica umana, spesso basata sulla produttività, sull logica del potere, del piu forte, dell’apparenza, del rumore.
Questo seme apparentemente insignificante invece genera vita vera. La crescita di questo seme così piccolo, la sua trasformazione che avviene nel segreto della terra. Da seme piccolissimo a grande ortaggio, quindi la pazienza del tempo, il tempo della purificazione e trasformazione dell’animo umano, gestazione, direbbe Antonella. Lo stare, l’affidarsi anche quando tutto sembra buio, doloroso, la tempesta, la notte. Il seme continua a cresce, se trova terreno fertile, che lo custodisce.
In questo versetto, la sproporzione che Gesù enfatizza tra il seme e la pianta finale (“ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi”) non è un artificio retorico: è il cuore della rivelazione. Il seme di senape, quando accolto, cresce silenzioso. Affidato alla terra del cuore. Terreno fertile, qui da ricollegare alla parabola che in Marco precede la presente del seme di senape, ovvero la parabola del seminatore.
C’è anche in questa parabola del seme di senape, come in quella del seminatore, qualcosa di radicale: ciò che oggi appare insignificante, nascosto, fragile, può essere il luogo stesso in cui lo Spirito sta operando.
E c’è un ulteriore dettaglio decisivo a mio avviso: il seme di senape si trasforma in qualcosa che non è descritto per la magnificenza o bellezza, ma perché offre riparo. Gli uccelli del cielo trovano dimora tra i suoi rami. Gli uccelli che abitano i rami sono un’immagine di accoglienza, nutrimento, amore. Diventa strumento di amore. Ciò che viene consegnato allo Spirito diventa nutrimento per molti. Marco lascia parlare la sproporzione. La parabola sostiene la fede quando il Regno non si vede. Custodire. È restare fedeli a ciò che ci è stato consegnato, anche quando non si vede alcun frutto. È vegliare, abitare la soglia, attesa, spazio di rigenerazione interiore. Dimora. Consentire al Mistero di lavorare, di trasformarci dall’interno.
Affidarsi, fiducia, radicamento. Rimanere, usando un verbo caro a Giovanni. Restare nella notte, quando il senso non è evidente. Fedeltà nuda. È accettare che la trasformazione non obbedisce ai ritmi dell’efficienza. Alla nostra logica, alle ostre pretese. Il cuore diventa allora grembo: luogo in cui ciò che è stato seminato attraversa la notte e, senza che ce ne accorgiamo, prende forma. Silenzio abitato.
Perché là dove il seme è accolto, il Regno è già all’opera. Marco non ci descrive il processo di crescita. Il Regno cresce senza clamore, a nostra insaputa. Dal più piccolo dei semi nasce una pianta capace di offrire riparo. Il Regno, la vita eterna. Vita rinnovata. Ciò che è seminato diventa altro. Ma dobbiamo metterci del nostro, il terreno deve essere fertile, dice Marco nella parabola precedente.
Gesù qui non paragona il Regno a un cedro del Libano, simbolo di grandezza e stabilità nel mondo mediterraneo, non al grano o al frumento, ma a qualcosa di piccolo, semplice, che non fa clamore. La senape non era una pianta ornamentale o nobile. Forse quasi a dire, leggendolo nell’ottica dell’insegnamento di Antonella, che il Regno inizia da ciò che è ordinario, marginale, dal punto più povero dell’esperienza. Da quello che ai nostri occhi sembra poco, di poco valore, forse anche fastidioso. Non dal compiuto, ma da qualcosa con inizio fragile. Il più piccolo costituisce una chiave di lettura nel Vangelo.
Il Regno non cresce secondo le nostre categorie di misura. Dove il Regno mette radice, qualcosa si espande oltre il previsto, apre spazi nuovi. Fecondità, il seme cresce, c’è’ il tempo della crescita. Purificazione, gestazione, trasformazione. Lo Spirito non attende che la vita sia “a posto” per agire. Entra quando tutto è ancora aperto, incompiuto, persino confuso. Sta a noi preparare un terreno fertile per accogliere il seme di senape e farlo crescere.
Vorrei condividere un’altra mia riflessione, leggendo questa parabola alla luce dell’insegnamento di Antonella: la parabola del seme di senape ci dice qualcosa di decisivo anche sull’esperienza quotidiana. Se il Regno comincia dal seme più piccolo, allora nulla di ciò che è vissuto è troppo povero per essere luogo di apprendimento e di trasformazione. Nulla è sprecato, dice Antonella. Tu mettici del tuo, anche poco, anche imperfetto, e lo Spirito lo moltiplica (vedi il racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci, riportato in tutti e 4 i Vangeli). Nel racconto della moltiplicazione, Gesù non crea dal nulla: prende ciò che c’è, lo accoglie, lo benedice, lo spezza. Il miracolo nasce da una consegna. Lo Spirito non chiede abbondanza, ma disponibilità. Ciò che accade nel quotidiano più ordinario può diventare spazio di rivelazione. Metterci del nostro significa offrire ciò che siamo, ciò che facciamo. Senza rimandare a un domani, nell’attesa di essere migliori. Cominciare subito qui e ora. È un gesto minimo, spesso invisibile, che non garantisce risultati. Ma quando viene affidato, smette di restare chiuso in sé. Lo Spirito lo prende e lo moltiplica secondo una logica che non controlliamo.
La più piccola esperienza contiene in sé una possibilità di crescita. È lì che il seme viene essere deposto. Tutto può diventare fecondo quando è accolto e abitato.
Quando non si cerca subito di trarre un risultato; quando si resta nella notte senza fuggire, fedeltà silenziosa, allora qualcosa inizia a mutare dall’interno. Il poco diventa spazio. L’ordinario si dilata. Ciò che sembrava sterile si apre. Il frutto non nasce dallo sforzo di capire tutto, ma dalla disponibilità a lasciarsi trasformare. E quando la trasformazione accade, non resta chiusa in sé: diventa accoglienza, riparo, apertura per altri.
Tutto può dare frutto quando è vissuto con fedeltà. Perché lo SPirito opera dal più piccolo punto in cui siamo presenti. Basta una fessura, un piccolo pertugio, dice Antonella, per fare scorrere lo Spirito: una presenza quindi che non si sottrae. È lì, in quel punto minimo e spesso invisibile, che il Mistero trova spazio per operare: quando restiamo, custodiamo, ci affidiamo.
Il Regno cresce così, nel silenzio di una fedeltà quotidiana, senza clamore, finché ciò che era seme diventa dimora e la vita, dall’interno, viene trasfigurata.